Il tema della violenza di genere intra-familiare è oggi molto sentito e dibattuto. Colpisce tanto le donne, ma anche gli uomini.

Si tratta di una questione delicata perché, oltre a smuoverci emotivamente, richiama l’attenzione sulla responsabilità sociale di noi tutti, che costituiamo quel contesto culturale e quell’ordine sociale che talvolta accetta la violenza anziché condannarla.

Uomo impaurito

QUALE AMORE VALE IL DOLORE?

Certi amori nascono spesso da una prima idealizzazione: uno dei due idealizza il partner, il quale in un primo tempo si sentirà speciale e insostituibile. Ma poi la relazione a due si trasforma in una vera e propria simbiosi e le due persone diventano come un’unica entità. I due divengono indistinguibili.

Folla alla manifestazione anti-violenza

L’idealizzazione è quel processo psichico che porta all’esaltazione del valore e delle qualità dell’Oggetto. Grazie ad essa, la persona gratifica quella parte di sé che ricerca ancora la simbiosi (materna), poichè rassicurante. In fase di innamoramento, è talvolta un passaggio naturale.
Ma se si tratta di una dinamica attuata in modo disfunzionale, questo comporterà un altissimo prezzo da pagare: la perdita assoluta dei confini tra “me” e “te”.

Coppia

L’idealizzazione porta anche alla dipendenza e al servilismo, in quanto il soggetto che idealizza ha bisogno che esista una persona perfetta che soddisfi i suoi bisogni, al punto da negarne gli attributi negativi. In casi come questi, quando la coppia si separa, il dolore è potentissimo. Perchè ciò che rimane è la perdita dell’autostima sacrificata appunto nell’idealizzazione dell’altro.

Questa ricerca di simbiosi è spesso riconducibile al rapporto con una madre che non ha saputo accompagnare, o che addirittura ha impedito, il naturale e vitale processo di separazione del figlio, in nome di un amore assoluto, esclusivo, con esso.

Da sempre la Psicoanalisi considera invece come presupposto della salute mentale la graduale rinuncia alla simbiosi e al conseguente sentimento di onnipotenza. Un sentimento, quest’ultimo, inizialmente sperimentato dal bambino e che deve poi essere abbandonato. Mi riferisco al cosiddetto “egocentrismo infantile”: quell’idea infantile per cui ci si sente al centro dell’universo.

Coppia disfunzionale

ma Come può il bambino abbandonare la sua dimensione ego-centrica in favore della relazione a due?

Per poter imparare a stare in relazione, L’altro da sé, con tutte le sue peculiarità e i suoi bisogni, deve iniziare a esistere già nella mente del bambino. Questo passaggio importante avviene solitamente quando egli si avvia al superamento del complesso edipico.
Il bambino, infatti, dopo una iniziale fase simbiotica – in cui è un tutt’uno con la madre (che soddisfa totalmente i suoi bisogni) – deve imparare a rinunciare a essa come unico Oggetto d’amore e sperimentare l’impotenza.

Self care isn't selfish

Tale stato di impotenza non piacerà al bambino. Egli si sentirà per questo frustrato e dovrà fare i conti con sentimenti di amore e odio che dovrà risolvere. E questo è un altro compito evolutivo fondamentale.

Così facendo, riuscirà però a lasciare spazio al padre, ad accedere alla tridimensionalità relazionale e ad andare incontro alla relazione a due. Ma ora come Soggetto distinto e separato, grazie anche alla funzione separante del padre.

Dunque l’uomo e, ovviamente, la donna, per crescere, deve separarsi. Deve addirittura imparare a odiare per poter poi saper riparare. Ma pare essere sempre più difficile accettare la rinuncia a un Oggetto d’amore totalmente appagante, in favore di relazioni mature di natura non incondizionata.

Giornali

da cosa dipende la violenza di genere intra-familiare?

Gli esempi di cronaca riferiti a delitti “d’amore” sono purtroppo all’ordine del giorno.

Non dobbiamo tuttavia chiudere gli occhi davanti al fatto che la violenza è un tratto costitutivo della natura umana. In quanto tale, è un tema molto ampio e complesso.
Si è soliti distinguere, ad esempio, la violenza fisica agita sul corpo dell’altro con intenzione distruttiva, da una violenza morale che controlla, condiziona e impone.

La violenza può essere perpetrata con modalità più o meno efferate, come reazione a vere e proprie ingiustizie vissute, o come tentativo di realizzazione della propria personalità o, ancora, come espressione dell’incapacità a passare dal principio di piacere al principio di realtà, con conseguente intolleranza alla frustrazione.

Uomo

Vi sono casi di trasmissione transgenerazionale dei traumi e della violenza. Ma anche casi di identificazione con l’aggressore, per cui “ti faccio soffrire per non far soffrire me stesso”. Così come esistono casi in cui si perseguono vie di appagamento sadomasochistiche, per gratificare pulsioni inaccettabili nell’illusione di non poter essere così abbandonati. E ne esistono altre forme ancora.

Ad ogni modo, per quanto riguarda le forme di violenza di genere intra-familiare di cui qui si vuol parlare, esse predispongono di certo all’assunzione del ruolo di vittima o persecutore. Spesso, infatti, chi ha subìto, o anche solo assistito, ad atti di violenza in passato, tenderà con più probabilità a rimettersi in situazioni a rischio in futuro.
Questi schemi, sottolineo, possono essere presenti nell’uomo come nella donna. Non sempre è l’uomo il carnefice e non sempre e solo la donna è la vittima. I sessi sono in lotta da tempo immemore, ma il maniacale e il patologico sono tutt’altro affare.

E troppo spesso si arriva all’uccisione, come risultato di una violenza perpetrata nel tempo, probabilmente in modo subdolo e nascosto.

Soffocamento

la violenza di genere intra-familiare nei suoi aspetti traumatici

Le vittime fanno generalmente fatica a verbalizzare ciò che hanno vissuto. Anzi, una delle caratteristiche fondamentali del trauma è proprio l’impossibilità a essere verbalizzato, comunicato. Sembra proprio che non vi siano parole. E se ripenso alle storie che ho ascoltato, è proprio vero.

Ragazzo ferito davanti a uno specchio

Il trauma rompe la continuità della personalità del soggetto, scardinandone le dimensioni temporali di passato, presente e futuro. Il trauma distrugge i vecchi modelli di funzionamento personologico.
Il soggetto così si aliena e perde talvolta la capacità di integrare l’atto violento all’interno della sua storia di vita, poiché troppo doloroso.

Stop killing us

quali segnali di pericolo è possibile evidenziare?

Questi tragici epiloghi, purtroppo, sembrano essere immuni perfino ai cambiamenti socio-culturali, economici e psicologici del nostro tempo.
Colpisce infatti che i Paesi più rispettosi in termini di uguaglianza di genere non mostrino in realtà grandi differenze in termini di tassi di violenza di genere rispetto a quelli in questo sento meno attenti. Un tema, questo, da approfondire, viste le profondissime ricadute psicologiche sulla vittima e sugli eventuali figli.

Vito Mancuso, scrivendo dell’assassinio di Giulia Cecchettin, sottolinea come nella Bibbia ci sia “un vero e proprio imperversare del patriarcato”. Lo stesso Dio Padre è maschio e onnipotente. Il patriarcato rimanda al maschilismo, all’adorazione della forza.
L’umanità intera di questo è intrisa. Ed è perciò brulicante di relazioni di potere.

Ad ogni modo, per uno Psicologo o Psicoterapeuta non è difficile riconoscere, in molti casi, la radice profonda di queste violenze maschili e ricondurle alla vendetta per la dipendenza infantile dalla madre, per l’esclusione edipica e per le ferite narcisistiche subite.

Ragazza nello studio di una Psicoterapeuta

cosa avviene nella mente del carnefice

I delitti passionali in cui l’uomo uccide il rivale, hanno solitamente dietro sentimenti profondi di odio contro l’equivalente paterno. Per lo meno, qui, abbiamo una dimensione triadica.
Mentre quei casi in cui l’uccisore sopprime la partner mostrano un livello ancora più regressivo, nel quale il soggetto vive ancora in quella dimensione fortemente diadica e simbiotica succitata. In questi casi, la vittima soccombe perchè il partner non può mettere in discussione né tanto meno tollerare l’interruzione della relazione e la separazione.

Coppia che litiga

La regressione, la dipendenza e il bisogno di controllare l’Oggetto creano così gravi forme di violenza.
Il soggetto non ne coglie l’estremo aspetto infantile e, attraverso coercizione e supremazia fisica, rinsalda ogni volta la propria superiorità rispetto all’altro, dal quale è in realtà assolutamente dipendente.

Resilience building

come tutelarsi da potenziali aggressori?

Come detto, gli uomini e le donne devono essere educati alla separazione e alla tolleranza della frustrazione. Devono essere accompagnati in un processo di costruzione della loro identità, perchè non debbano, da adulti, aver bisogno di un altro che dia loro un senso identitario.

Di norma, identificare eventuali segnali d’allarme non è comunque facile, soprattutto quando certi traumi sono stati vissuti in prima persona.
Nel caso in cui i segnali siano però chiari ed evidenti, individuati e riconosciuti, sarebbe fondamentale allontanarsi o quantomeno cercare di ridefinire i confini della relazione quanto prima.

Un aiuto prezioso è poi senz’altro quello di un percorso psicologico, che possa accompagnare la persona all’elaborazione del trauma e alla ri-comprensione della propria storia di vita.

Ragazza

Mentre scrivo questo articolo, penso alle persone che incontro nel mio studio, ma anche a quelle che accolgo all’interno di una Comunità Protetta in cui lavoro. Anche qui, spesso, le donne accolte sono vittime di abusi e violenze di ogni tipo (fisica, sessuale, psicologica).

In entrambi i contesti lavorativi vedo che aiutare queste donne significa passare attraverso un lento processo di individuazione personale, di affermazione di sé, di conquista delle proprie autonomie, di riconoscimento dei propri valori e delle proprie capacità, ma anche nella ricostruzione dei propri confini psichici e corporei.

Per poter arrivare a questo occorre andare incontro al potere trasformativo rispetto all’idea di se stesse e quindi una buona analisi è prezioso strumento, che può portare al riconoscimento consapevole della violenza, come primo vero passo verso la libertà.

Speak

con quali parole viene espresso dalle vittime il vissuto traumatico?

Di queste esperienze le vittime parlano a fatica, perchè schiacciate in quel comprensibile conflitto interno tra desiderio di negare e tacere (anche a se stesse) il trauma, senso di vergogna, paura del giudizio e desiderio di denuncia. Ed è proprio in questa dinamica di forze che si gioca la possibilità di affrontare il trauma oppure no.

Le lacrime sono talvolta un primo segno della possibilità di condividere qualcosa. Esse testimoniano il loro non essere state amate, la loro difficoltà a separarsi da quel partner che sembrava dare consistenza alla loro personalità. Infatti, senza quest’ultimo la persona può arrivare ad affermare di sentirsi svuotata, minacciata nella propria integrità, frammentata, inadeguata o, peggio, non-esistente.

Ragazza con anello

storie di amore e di morte

Sono moltissimi i racconti clinici di angoscia e di terrore di perdersi, andare in frantumi, soli e indifesi, a seguito dell’interruzione di una relazione.
Per questo motivo, spesso l’istintiva risposta è quella di aggrapparsi, o ri-aggrapparsi, alla relazione.

Purtroppo, però, quando ciò accade la persona viene attirata nuovamente nella rete del carnefice, saldandosi a esso così fortemente da scomparire, rinunciare a se stessa e alla sua realizzazione.

Queste donne hanno in comune anche sentimenti di tenerezza verso il ricordo di loro bambine. Bambine non validate né valorizzate nel loro essere uniche e irripetibili, “simile a tante ma uguali solo a se stesse”.

Il concetto di irripetibilità del soggetto qui sottolineato lo si deve a un grande psicoanalista bolognese, il Dott. Gino Zucchini, che ha saputo insegnare davvero il valore dell’unicità e che purtroppo ci ha lasciati durante il periodo di pandemia per il Covid (SpyWeb). Per questo con piacere lo cito e lo ricordo.

Suggerimenti di lettura in merito all’articolo sulla Violenza di genere intra-familiare

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