I Misteri di Alleghe sono una serie di eventi tragici e inquietanti avvenuti tra gli anni ’30 e ’40, che videro il piccolo borgo di montagna protagonista di una scia di morti sospette, ufficialmente archiviate come suicidi ma avvolte da un alone di dubbio e mistero. Un intreccio di passioni, segreti di famiglia e ipotesi mai confermate, che sembra emergere dalle acque gelide del lago di Alleghe, silenzioso custode di antichi sospetti.

Rintocca la campana, suona gelida ed eterna, d’un battito che infausto giace sommerso in fondo al lago. Ricorda ai vivi quei morti senza colpevole, misteri irrisolti ad Alleghe da quasi cinquanta anni: tra camere e corridoi, vicoli e calle, prese forma un’intreccio inaspettato d’ipocriti suicidi.
L’Albergo Centrale della famiglia Da Tos, lo scrigno d’un movente tutt’oggi sconosciuto che solo pittoresche congetture possono svelare. Personaggi romanzeschi, ficcanaso cocciuti e coraggiosi nel giallo di provincia inghiottito e riemerso dal lago di Alleghe.
misteri di alleghe: Una piccola impresa di famiglia
10 maggio 1933. Alleghe, Albergo Centrale, piazza Kennedy n. 1. Emma De Ventura, ventenne cameriera tuttofare dell’hotel, apparve quel dì felice e mattiniera. Sorrisi di gioia, un motivetto sussurrato alla finestra che addirittura il barbiere, affacciato alla sua bottega, udì compiaciuto. Sguardi innamorati al tavolo del bar assieme al fidanzato, camionista della zona, per correre veloce a riordinare le camere di sopra.
Sulle scale incrociò Adelina, figlia dell’austero Fiore Da Tos, titolare e patriarca che vigile dal bar mancò mai di presidiare gli affari della piazza. Su e giù, tra il marito Pietro De Biasio e il fratello Aldo, Adelina perse di vista Emma: 15, 30 minuti e decise di andare a controllare.

Morte alla camera n.6
Con sgomento e patimento, trovò la dipendente in una pozza di sangue: la gola recisa da un taglio netto, occhi spenti e corpo caldo. Ad alcuni passi dal cadavere, un rasoio macchiato si sangue osserva l’immoto corpo della vittima, sopra di esso una boccetta di tintura di iodio sta su uno scaffale, sola. Urla e corse, scese in piazza Adelina. Accorsero forze dell’ordine, il medico condotto e quel Raniero Massi, segretario federale del fascio.
Suicidio. Questo il verdetto del medico condotto: Emma avrebbe tentato di togliersi la vita utilizzando la tintura di iodio. Una volta ingerita la pozione, sarebbe stata colta da dolori lancinanti alla gola, costringendola ad accelerare il processo utilizzando un rasoio da barba. Alcune ragioni sosterrebbero tale ipotesi: una lite col fidanzato il giorno prima e una lettera indirizzata allo stesso interrotta a metà. Macchie rosse ne tinsero il viso, tintura di iodio sfuggita alla bocca.
“mentre guardavo dalla finestra, vidi una macchina, si fermò un momento e io conobbi subito che si trattava…“
La lettera si interruppe così. Uno scritto sgrammaticato, semplice ma dal tono preoccupato. Turbato.

Suicidio? Omicidio!
Emma apparve gioiosa quella mattina, tutti la videro serena e gioviale. Quella dinamica, inoltre, a molti non quadrò: il corpo della ragazza giacque ad almeno cinque passi dal rasoio e la boccetta risultò saldamente chiusa e lontana dal proscenio del sospetto suicidio. La giovane avrebbe dovuto avvelenarsi, strizzare il coperchio del farmaco rivelando mascolina tempra, disperarsi in silenzio per l’incessante dolore sopravvenuto, frugare il rasoio e infine praticare un brutale taglio alla gola, abbandonare l’arma, trascinare alcuni passi e decedere mestamente. “Tu quoque, Brute, fili mi?“
Di strepito privo, il sospetto ad Alleghe serpeggiò, repentino e silente. Tremanti, turbati bisbigli, brusii d’ogni “caleta”: “omicidio!”.
Del male Emma si avvide, e qual messo d’esso, perì d’incanto.

misteri di alleghe: L’asso di fiore
Ombre torve cinsero il Centrale e scure messi ne strinsero la stirpe : Aldo Da Tos parve spettro vestito d’uomo. Fragile e poco sveglio, conduttore della macelleria che appresso l’albergo aveva l’accesso, il secondogenito di Fiore Da Tos ed Elvira Riva, pianse settimane la dipartita amica. Affezionato, forse attratto della vittima, del trauma fece morbo: zitello e impacciato, per Aldo intervenne il vecchio Fiore con un buona figliola che lo rincuorasse.
Carolina Finazzer, il nome della donna: qualche incontro, il matrimonio combinato e subito in viaggio di nozze a Venezia. Risicate quelle ore, foga forse troppa e Carolina pose un freno: su e giù tra quei canali che accolsero anche i Dogi, a Venezia reclamò e pestando i piedi impose il ritorno dalla madre.

Aldo, portami a casa
Apparve scossa, turbata e distaccata al suo arrivo sotto le Dolomiti, nulla che Aldo ritenesse però di serio patimento. Spediti e impreparati arrivarono alle nozze ma tempo e unione avrebbe curato le incertezze e reso forte quella coppia.
Alleghe e la sua gente certo sosterrebbero gli sposi: notti e boschi, tappeti d’abeti rossi sempre accolgono amori incerti, coppie indaffarate di ritorno dai bagordi. Schiene poggiate al sottobosco di muschio e corteccia, col naso su una fragolina di bosco a dar del sesso rubacchiato a genitori religiosi. Come quella notte, di baci tra i cembri, cinque giovanotti rincasarono assai tardi annusando l’aria gelida d’un lago congelato.

Due barchette, un cadavere
4 dicembre 1933 ore 8 di mattina. Liberi e spensierati, due bambini giocarono giulivi in riva al lago. Al piccolo molo, due barche stettero ondeggianti tra acqua e il ghiaccio spaccato dai barcaioli più solerti: un colpo d’occhio e sotto il pelo dell’acqua videro del pelo, forse di un coniglio. Fissarono attenti, vicino si appropinquarono inconsci dell’inatteso: capelli, una testa e il corpo, nascosto tra le due piccole barchette.

È Carolina
Aiuto! Uno spavento, il magone e subito accorsero i soccorsi: i primi passi a scalpicciare il bordo sassoso furono quelli del marito di Adelina, Pietro De Biasio. Sostò lontano, forse 10 metri e quasi che fosse un vate, sentenziò: “è Carolina”. Carolina Finazzer, moglie di Aldo Da Tos giacque defunta, una sposa in vestaglia sospesa sull’azzurro trasparente. I capelli scuri, come un lugubre manto funebre.
Pietro, Aldo e Adelina si strinsero all’unisono sulle rive della morte. Attesero autorità, medico condotto e segretario del fascio, il signor Raniero Massi.

Suicidio, nuovamente. Il medico si disse certo fosse morta per sonnambulismo: camminando incosciente, accosta al lago, vi è caduta ed affogata. Carolina fu depressa, così dissero i Da Tos, preoccupata per le nozze e incerta sul futuro. E poi sonnambula. Non un incidente, ciò che capitò, sicuramente perì per mano propria.

Sono segni di putrefazione!
Presa e ricomposta nella bara, tutti piansero la sposina Carolina e addocchiarono quelle macchie attorno al collo simili a delle dita. Ecchimosi da contatto diremmo oggi. Intervenne il medico condotto “sono segni di putrefazione“: un corpo quasi congelato, rinvenuto circa sette ore dopo la morte, mostrato al pubblico il giorno seguente fece presto a decomporsi, tanto presto. Tutti videro quei segni, lividi evidenti e tutti, nuovamente, sussurrarono: “Omicidio!”.
Una leggenda, diceria o suggestione: si disse il lago fosse casa d’una chiesa inabissata, ascosa al mondo, latrice d’antiche verità. Dette inizio, la campana, i suoi lugubri rintocchi quella notte. Due per volta. Volle ricordare quei morti ingiusti a chi occhi e orecchie chiuse, per campare in omertà. Non dimenticò quella campana d’aprir bocca a notte fonda su misteri temutissimi d’una alcova ben protetta.

Gigio e “La balena”
18 novembre 1946, 02,40 di notte. 13 anni dopo la morte di Carolina. Fidanzati e poi sposati, rinomati cittadini innamorati anni addietro tra vicoli e sentieri, Luigi e Luigia Del Monego si avviarono al riposo. Titolari del Circolo Enal, presero il vicolo la voi con in tasca 100.000 lire. Botti, spari, fucilate: molte le armi in mano al popolo, a guerra terminata. Spararono per gioco, scherzo, festa o semplice idiozia, spararono così spesso e a casaccio che nessuno fece caso a due colpi nella notte provenienti da quel vicolo.
Luce fioca e svelte ombre, vetri rotti e una lunga pertica. Sotto casa d’una donna, due figuri presero i campi, una sparì in paese. Nascosti da una tenda, occhi riconobbero qualcuno che dall’alto fu facile vedere.
Gigio e “La balena”, così chiamati dagli amici, vennero ammazzati a colpi di pistola: sparito il denaro dalle tasche, due sospetti per rapina subito agli arresti. Sciagure ed omicidi, suicidi a parer loro, ed i coniugi Del Monego privarono del colpevole. Sospettati rilasciati, tutto si concluse con omicidio per rapina a carico di ignoti.

Per fortuna, il ficcanaso
Allora un giovanotto, di mestiere giornalista, conobbe la morte degli amici Gigio e La balena. Da Castelfranco in bicicletta spesse volte s’incontrò col sior Gigio: un’ombra de vin, du crostoli (chiacchiere) e passando dal “Centrale” sentì spesso: “hanno la coscienza sporca questi” rimanendo sempre zitto con gli occhi del terrore. Il giornalista mise pezzi, scrisse frasi, si arrovellò così tanto che…. non è che i delitti fossero tutti collegati? Sergio Saviane, questo il nome del ragazzo, cominciò a far domande alla gente, agli amici, ai possibili testimoni, alla famiglia Da Tos. Omertà, sguardi torvi, tutti temettero la morte e la bocca restò serrata. E quell’Albergo di cui molti dissero: “è protetto da qualcuno, lascia stare”. Ritrovatosi di schianto nell’oblio della vergogna, al giornalista parve il sud dei briganti di famiglia.

La Montelepre del nord
Pubblicato nel 1946, “La Montelepre del nord” dette titolo all’articolo di Saviane: fitta da timori e ritta d’omertà, Alleghe somigliò al paese natale del bandito Salvatore Giuliano. In esso, il giornalista correlò i quattro omicidi, definendoli tali, come atto indegno d’un solo autore nascosto ed appoggiato dai poteri dello Stato su un paese subornato dalle forze dell’ordine. Nessun nome o riferimento ma Pietro De Biasio e Aldo Da Tos denunziarono Saviane per diffamazione. Condannato, scontò 8 mesi con la condizionale, al processo presenziò solerte l’ex federale del fascio di Alleghe.

rotti gli indugi
Rotti gli indugi, la macchina della giustizia dette corso alle indagini. Dopo il giornalista curioso e ficcanaso, l’agente testardo e risoluto entrò nella vicenda: Enzo Cesca scese l’irto pendio fino alle pendici della suppurante palude di menzogne protratta da ormai vent’anni. Scrutò il rimestare caldo d’acque lacustri bollite d’indifferenza e decise d’agire. Cominciò dal suo superiore ad Agordo, il Maresciallo Uda, chiedendo l’avvio delle indagini: affermativo, un cenno della testa del sardo Uda e Cesca andò in incognito ad Alleghe. Sembrò di entrare in un film.

L’agente in incognito
Rivelò la sua identità a pochi fidatissimi, infiltrandosi perfettamente: poche domande, orecchie tese e stette al gioco. Udì della vecchia Elvira, moglie del defunto Fiore Da Tos, che delirante dal letto di morte biascicò di responsabilità di sangue, di azioni terribili commesse dalla famiglia. Saltò fuori il nome di Gasperin, operaio della zona e quel balcone su vicolo la voi.
Corona Vald, il nome dell’anziana che nel 1946 vide uomini fuggire: la donna sa ma tace. Fortunatamente per il giovane Cesca, Corona ebbe una bella nipote che, senza neanche farlo apposta, agganciò con un corteggiamento. I due si piacquero, cominciarono a frequentarsi e presto le porte dell’abitazione della nonna furono aperte all’intrepido Cesca. Arrivò al fidanzamento, addirittura alla proposta di matrimonio, mentre sottobanco si lavorò la testimone reticente fino a farla cedere.

Che colpi da maestro!
Quella notte riconobbe Giuseppe Gasperin, detto Beppin Boa, fuggito in paese. La seconda fase dell’operazione vide il carabiniere fingersi operaio e improvvisarsi assunto nella stessa ditta del Beppin. Che colpi da maestro!
Alle calcagna del Gasperin, Cesca ne guadagnò la fiducia con chiacchiere e confidenze: una sera, di fronte a un bersaglio per freccette, si mostrò guardingo, confidandosi. Un affare losco per le mani, qualcosa in cui forse dovrà anche sparare. Nessun problema rispose l’uomo che già, confessò, si trovò in precedenza a dover sparare e uccidere un uomo.
I misteri di Alleghe stanno per svelarsi.
Informato Uda, il Maresciallo convocò Cesca (in incognito) e Gasperin. Solo di fronte alla portone della Stazione dei Carabinieri l’agente dichiarò la sua vera identità.
Subito in manette, Beppin Boa sproloquiò nomi a caso, mentì spudoratamente fino al crollo. Dall’acido umido residuo dei segreti stipati, uscirono i nomi di Pietro e Aldo, arrestati, mentre Cesca rimase alle costole di Adelina: “tu sai qualcosa, meglio parli subito”. A bocca chiusa, la prima figlia dei Da Tos perse la libertà a settembre.

i misteri di alleghe
Bella, giovane Emma. Laboriosa e felice che di sorrisi fece dono anche quella mattina, sistemò lenzuola e cuscini nella camera n.6. Adelina la colse alle spalle spingendo la lama fino a reciderne la trachea. Sporcò il viso della vittima con la tintura di iodio e inscenò un maldestro tentativo di suicidio. Per gelosia, disse la donna. Gelosa del marito e del fratello che ebbero occhi solo per lei.
Falso. Nessuno credette al movente passionale perchè la vittima vide qualcosa. Ciò che, probabilmente, omise nell’ultima lettera interrotta e diretta al fidanzato.
L’omicidio sconvolse realmente il fratello Aldo, il quale cadde in un pericoloso stato di fragilità emotiva. Fiore Da tos decise quindi di intervenire fornendo una spalla cui appoggiarsi, un matrimonio che distraesse il figlio rendendolo sicuro di sè. Altra decisione infelice: reperita Carolina Finazzer in un paese limitrofo, frettolosamente convolarono a nozze.

Carolina tagliò la corda
Partiti per il viaggio di nozze, Aldo ritrovò finalmente sorriso e fiducia, l’equilibrio a lungo anelato. Spensierato, decise quindi di liberarsi da quel grosso peso crollando nell’insaziabile desiderio d’una salvifica confessione, l’abbraccio della moglie avrebbe forse accolto l’onta del peccato lavando il peso dell’omicidio. Aldo riferì la verità sulla morte di Emma De Ventura: fesso! Altro che incertezze, la moglie decise di tagliare la corda per paura!
Una volta ad Alleghe, fermò al telefono dell’albergo implorando la madre di riportarla all’antica dimora. Aldo s’accorse di nulla fino a sera. Carolina servì a tavola sotto gli sguardi inquisitori dei Da Tos, che già la tennero d’occhio al ritorno e compresero l’accaduto: “è ora di tirarla fuori dalle spese” disse Pietro.

Gigio e Gigia sulla soglia
La donna salì in camera e passarono 10 minuti che arrivò la squadraccia. Aldo e Adelina l’immobilizzarono sul letto, Pietro De Biasio la strozzò. Che farne del cadavere? Adelina vestì della vestaglia di Carolina e recandosi in riva al lago si finse sonnambula; Aldo e Pietro presero il cadavere dirigendosi proprio dove si aggirò Adelina. Quella sera, come dissi, alcuni bagordi finirono tardi. Due amanti alle prime armi rincasarono e di baci non ne ebbero a sufficienza. Gigio e Gigia sulla soglia, Aldo e Pietro barcollando incerti con un cadavere sulle spalle a pochi metri facendo un baccano dell’inferno mentre tutto sparì nella nebbia vicino al lago.
L’omicidio è cosa fine, lavoro raffinato inadatto ad un assassino.

Spari in vicolo la voi
I fidanzati misero i fatti in relazione la mattina dopo e, chi lo sa, dopo 13 anni decisero di parlare o ricattare la gang del Centrale. Sentenza a morte: questa volta chiamarono Beppin Boa, avvezzo al malaffare ed armato di pistola. Attesero Gigio e La balena al vicolo la voi, dove oggi si trova il panificio Del Monego, lei davanti e lui dietro fermatosi all’orinatoio.
Ad ucciderli furono Pietro, Aldo e Beppin Boa: Aldo portò con sè un lungo bastone con cui ruppe un lampione vicino casa dei Corona Vald, Gasperin si nascose vicino all’orinatoio, posizione da cui riuscì a vedere le luci del Circolo Enal spegnersi: fece quindi un segnale ai compari. Gigio entrò a fare pipì e mentre la Gigia proseguì lungo il percorso, Pietro le sparò. Spari e grida della donna e Gigio accorse ma Gasperin alle sue spalle fece fuoco .
Ecco risolti i misteri di Alleghe ma quali i motivi da cui partirono gli omicidi rimasero un mistero.

Il processo
Marzo 1960: il processo si svolse coinvolgendo i massimi interessi nazionali e le più importanti testate giornalistiche. I’8 giugno 1960 alle 20,30 dopo 9 ore di camera di consiglio Aldo, Pietro e Adelina sono condannati all’ergastolo mentre Gasperin a 30 anni. Raniero Massi, il segretario del fascio, scampa alla condanna ma il P.M. rimarcò responsabilità a lui attribuibili ma non comprovate. In appello, nel 1962 la sentenza è confermata.

Il venesian
Ma perchè venne uccisa Emma? Cosa vide? Un passo indietro.
Fiore Da Tos nacque come bracciante, finchè conobbe Elvira Riva, proprietaria dell’Albergo Centrale. Nonostante la donna portasse in grembo il frutto dell’amore d’un altro uomo, Fiore consentì alle nozze mosso da motivazioni economiche. Giovanni Riva nacque a Mirano, disprezzato, indesiderato, subito rimase affidato agli zii; soprannominato “il venesian”, Fiore mantenne il ragazzo con i soldi guadagnati dall’Albergo covando odio e risentimento. Quel “bastardo” si appropriò del suo denaro, privò i figli legittimi della giusta eredità, rimanendo sempre una presenza discreta e dimessa.

La mano nella cesta
Gli anni passarono. Ricca e fornita, Aldo aprì la macelleria Da Tos a due passi dal Centrale. Costate, filetti, macinata fresca e una mano da uomo: due donne entrarono pochi istanti dopo l’apertura e dentro la cesta degli scarti notarono, in bella vista, il solitario moncherino. Intervistata anni dopo, una superstite confermò la sua versione: improbabili supposizioni iniziarono quindi a circolare.
Fu la mano di Giovanni Riva quella nella cesta? Forse ucciso da Fiore per “toglierlo dalle spese”? Ma nessun neonato risultò registrato come Giovanni Riva nelle provincie circostanti. Davvero esistette? Pare di sì. Le ultime parole scritte da Emma De Ventura potrebbero mancare di una qualsiasi attinenza coi fatti successi. Oppure la vittima vide un volto noto, quello di un giovane uomo che “assomigliava proprio”…alla madre Elvira.

Raniero Massi
Qualcuno scrisse ancora su Alleghe. Quel Sergio Saviane che per primo capì l’inghippo e cui si deve molto: “I misteri di Alleghe” cui devo il titolo di questo articolo. Tra i molti saggi scritti, tutti descrissero l’agente in incognito Enzo Cesca, divenuto infine Maresciallo e deceduto nel 2017 ad Udine, all’età di 88 anni. Anche per lui suonò la campana.
Opinione di chi scrive è che i delitti furono insabbiati, inscenati e nascosti dalle alte autorità fasciste, tra cui Raniero Massi, per motivi a noi ignoti ma certamente connessi alla scomoda presenza di Emma quale testimone di atti illeciti.
Supposizioni, opinioni, misteri di Alleghe.
Prof Mattia Curti, Criminologo
Suggerimenti di lettura in base all’articolo sui misteri di alleghe
I misteri di Alleghe ci ricordano quanto le vicende di cronaca nera locale possano rivelarsi complesse e cariche di sfumature, spesso intrecciando passioni umane, segreti e la ricerca di giustizia. Proprio come nel caso che abbiamo appena esplorato, esistono molti altri delitti accaduti in contesti di provincia che racchiudono storie affascinanti e inquietanti.
Se ti ha colpito l’atmosfera enigmatica e l’attenzione ai dettagli di questo caso, ti invito a scoprire uno dei racconti più significativi della mia rubrica Delitti di Provincia.
Tra tradimenti, intrighi familiari e domande irrisolte, ognuno di questi casi è uno spaccato profondo dell’animo umano e delle dinamiche che portano al delitto.
Vuoi conoscere Maria Luigia Redoli, la donna che usò fascino e magia per tessere la sua tela mortale? Leggi “La Circe della Versilia”.
Sei incuriosito da un duplice omicidio senza colpevole in una villa degli anni ’60? Immergiti in “Il Giallo di Villa Sassone”.
Preferisci esplorare la controversa storia dell’ultimo impiccato d’Italia? Scopri di più su “Pippone di Varzi”.
O vuoi indagare il caso di un “Borgia moderno” che avvelenò i suoi familiari per avidità? Approfondisci con “Alberto Scabini, il Borgia di Montù Beccaria”.
Qualunque sia la tua scelta, troverai storie ricche di dettagli, analisi e colpi di scena che ti condurranno al cuore del crimine. Buona lettura!
Una storia torbida, intricata, non certo semplice da dipanare…
Grazie ancora una volta al Dott. Curti per aver frugato negli archivi, portando alla luce vicende lontane che concorrono a dipingere uno spaccato della società di allora.
Intreccio di ombre e misteri che tengono il lettore con il fiato sospeso; il Dott. Curti ha messo in risalto la figura del Carabiniere Cesca e delle indagini “tradizionali” che oggi definiremo di altri tempi. Particolarmente interessante e curiosa l’oscura e silenziosa presenza delle alte autorità e di quella mancata piena giustizia che le vittime avrebbero meritato fino in fondo. Un mistero degno del suo nome.
Incredibile vicenda che nasconde nel silenzio colpevole torbide relazioni. Veramente encomiabile averla riportata all’attenzione del pubblico mettendo in evidenza il ruolo di un giornalista coraggioso e di un intrepido uomo dello stato. Forse c’è ancora speranza per un mondo migliore leggendo lo scritto del dottor Curti
Grazie ancora al dott. Curti per averci mostrato storie complesse e oscure riportate alla luce con maestria e con uno stile impeccabile, come sempre!
Storia oscura, torbida, raccontata con maestria. Grazie dott.Curti
Ancora una volta, senza indulgere al voyeurismo, il dott. Curti ci porta per mano a conoscere gli abissi dell’animo umano.
Una storia a me sconosciuta che il dottor Curti riporta alla luce con particolari, parole, pennellate che, come sempre mi mettono i brividi.
Storia dai contorni oscuri e torbidi sapientemente ricostruita dal dott. Curti!