Michele Del Marco Lupo, noto come Michael Lupo è stato un serial killer italiano attivo a Londra nel 1986. Edonista per piacere sessuale disorganizzato, risulta un individuo dalle sadiche depravazioni, filtro d’amore dolente arso nelle carni e divenuto assassino dopo il contagio dall’HIV.

Uno scorcio nelle nebbie della Londra di Soho, sfumata di rosso lanterna, sbavata da secca saliva lasciata da un lupo arrabbiato.
Michele di Genzano: da Chierichetto a gladiatore (storia di Michael Lupo, il serial killer di soho)
Nato a Genzano di Lucania, provincia di Potenza, il 19 gennaio 1953. Poche informazioni descrivono l’infanzia di Michele: cherubino e cantore di parrocchia, trascorse l’infanzia come corista e chierichetto, addestrato dalla cattolicissima famiglia. La prima svolta nella sua vita avvenne a 18 anni, indossando la divisa mimetica firmata Esercito Italiano; marce, piantoni, addestramento e ritmi scanditi da urla e fischietto. L’interesse per individui dello stesso sesso scandirono la seconda svolta del giovane: intuita prima dei vent’anni quando, lontano da casa, servì lo Stato sotto le armi.
Atletico e prestante, l’esercito sviscerò prepotentemente inconsce predilezioni dando forma al gladiatore bellicoso, un militare di lignaggio presto introdotto nel gotha delle truppe d’assalto: accedette al reparto d’elitè apprendendo il corpo a corpo, l’assalto con arma bianca, tecniche di sottomissione, strangolamento e tortura, omicidio a mani nude. Formazione marchiata a fuoco tra le carni più tenere, rivivrà sotto diversa veste una volta abbandonato l’esercito e infilata in valigia, diretta a Londra, nel 1975.

Michele diventa Michael, raffinato londinese (
La terza svolta fece di Michele una star del trucco e parrucco londinese: alle spalle polvere e sudore, il nuovo Michael aggredì chiome sfibrate e colori appassiti con forbici e colpi di spazzola. Un hair stylist accettato dal Buckingham Palace dell’opulenza, richiesto dalla cremè di quel salotto raffinato in Copeland Spode che all’accento italiano non seppe rinunciare. Assunto infine presso la boutique Yves Saint Laurent, adiacente al celeberrimo Harrods, cominciò a guadagnare fior fior di sterline.
Confidenze e sorrisetti, un pacca sul sedere e prontamente il signorino scivolò tra lenzuola di seta ricamata di quell’India abbandonata dagli aristocratici decaduti che del sesso lussurioso fecero diritto ereditario. Tanto fece, che il conto in banca lievitò paurosamente. Una casa a Roland Gardens, South Kensington, da 300.000 sterile, stette a pochi passi dalle note di Farrokh Bulsara, alias Freddie Mercury e segnò il passaggio di Michael Lupo ad una vita di facoltoso decadimento.

Dominatore: la quarta svolta
Il passo fu breve e tutto tornò in auge come mai fosse svanito. Predisposizioni alla violenza, addestramento e tecniche di sottomissione tornarono indispensabili quando il rinato Michael Lupo intraprese la carriera di imprenditore del sesso: la quarta svolta.
Una stanza di Roland Gardens parve arredata a girone dell’inferno adatta a patimento, punizione e pentimento: un disimpegno sadomaso, soggiorno per frustate e piaceri inconfessabili pronto ad accogliere una clientela riservata. Sfruttò quegli appresi lasciati dall’esercito svezzando notai ed avvocati, reali e nobiluomini a schiaffi e calci nel sedere, consolati a latte rancido spruzzato da seni di metallo. Un dominatore, dom della pratica, all’epoca sconosciuta, del BDSM.

“Dominator” BDSM
Clienti dalla City e oltreoceano, New York, Amsterdam e mezza Europa per il Michael il dominatore: figurante profumatamente pagato, il cui ruolo si cimentò in pratiche atte al conseguimento di libido, soddisfacimento ed eccitazione fino all’orgasmo per un piacere del tutto particolare e soggettivo, portato dalla sofferenza fisica, dalla sottomissione, dall’ubbidienza, umiliazione e dolore inflitto.
Attori di tale “rapporto” sono appunto un dominatore o dom, guitto addestrato in frustate, calci, sberle, legature, catene, scosse elettriche, mollette e un sottomesso, sub o slave, volontaria vittima delle abilità commissionate o liberamente concepite dall’estro del dominatore. Irrilevante l’atto sessuale, deprivato del tradizionale ruolo di sintesi d’una reciproca attrazione o desiderio, risulta anch’esso atto di sottomissione.
Infine un nomignolo, un vezzo datosi per le innumerevoli conquiste sessuali, lo avrebbe reso tristemente celebre: “the wolf man”, l’uomo lupo, giocando sulla traduzione del cognome in lingua anglosassone (Lupo=wolf).

Diagnosi di AIDS
Tanta promiscuità e libertinaggio eccedettero, che il dantesco contrappasso bussò alla porta: diagnosi di AIDS nel marzo 1986. Certezza di morte dolorosa e imminente, stigma fratricida e “l’uomo lupo” vomitò l’indole solo assaggiata, apparsa e scomparsa, quella del sanguinario predatore. Zanne e artigli, una bocca riarsa dalla sete di sangue e “the wolf man” tirò fuori tutta l’arte assassina appresa nell’esercito accanendosi contro la comunità gay, ritenuta responsabile del suo contagio e dell’inevitabile decesso.

1986. L’anno dell’uomo lupo (Michael Lupo, il serial killer di Londra)
16 marzo 1986, Kensington, quartiere di Londra. Infreddolito, il senzatetto percorre qualche scalino nello scantinato; tiepido tepore alcoolico, sbuffi di prese d’aria coccolano l’ometto che, rincuorato, si rannicchia accanto un cadavere.
Morto il giorno prima, James Burns, ha 37 anni: l’omicidio rimanda ad allucinati iconografie medievali. Strangolato con una sciarpa, James è stato accoltellato e mutilato: il torace divelto, lo stomaco sezionato, lo scroto tagliato a metà. A pochi passi, la lingua giace strappata a morsi mentre feci e urina ricoprono l’intero corpo della vittima. Poco importa cosa facesse o da dove venisse: è omosessuale, un habituè di gay club di Soho che qualcuno ha ucciso il giorno prima del ritrovamento.

Omicidio di secondo piano
Annoiate indagini scartabellano arrabattando poco o nulla. Notizie e gazzettini attardano i consueti allarmi privando il nostro tempo delle indispensabili fonti atte a descrivere e ricordate l’agire di un serial killer. Il decesso di un un individuo omosessuale, nel 1986, viene messo in secondo piano perchè evento non eccezionale, spesso legato a ragioni discriminatorie e dal relativo impatto sociale.

Il medico legale arresta le indagini sul secondo omicidio
6 aprile 1986, circa un mese dopo il primo omicidio. Dintorni della ferrovia di Brixton. Due bambini giocano pericolosamente vicino ai binari ferroviari; corrono, scappano, uno dei due cerca rifugio nelle alte rimesse in acciaio logorato usate per la manutenzione dei mezzi. Poggiato alla parete, un secondo cadavere, giace dal giorno precedente.
Antony Connolly è un cameriere di 24 anni immediatamente identificato come convivente di un uomo attinto dal virus dell’HIV. Le indagini frenano bruscamente, si arrestano sotto l’irrevocabile egida del medico legale che oppone fermo veto all’esame autoptico fino agli esiti su un eventuale contagio della vittima.
Proteste di piazza e feroci scontri mossero contro la decisione del medico, accusato di trattare la comunità gay come soggetti indesiderati e l’omicidio di un omosessuale come reato di seconda classe.

Una malattia poco conosciuta
Una malattia all’epoca poco conosciuta, stigmatizzata e stigmatizzante: la “malattia dei gay”, scegliendo una nomenclatura edulcorata da puerili volgarità, creò ulteriore spaccatura tra eterosessuali, quelli “normali” ed omosessuali, gli “invertiti”, persone le cui attitudini sessuali vennero considerate contro natura.
Giudizio applicato tutt’oggi da parte dei contesti beceri, privi delle più basilari conoscenze storiche, mediche e sociologiche; è bene ricordare, l’omofobia esiste e galoppa sulle bocche di ignoranti e timorosi, pronti a scatenare Vangeli e miscredenze fino a teorie sulla fine dell’umanità per “mancata riproduzione”.

Michael Lupo, serial killer con sindrome da immuno deficenza acquisita
La sindrome si chiama AIDS ed attecchì accanendosi inizialmente su soggetti attratti da individui dello stesso sesso, tendenzialmente di genere maschile. Diffusosi favorito dall’incompetenza in materia preventiva, generò intensi focolai: “sesso sicuro”, malattie sessualmente trasmissibili, concetti agli albori la cui prevenzione si accrebbe solo dopo l’avvento dell’AIDS. Preservativo e altri contraccettivi funsero solo al controllo delle nascite, sfruttati tra coppie, l’utilizzo apparve chiaramente superfluo tra individui dello stesso sesso.

HIV e AIDS
Proveniente dall’Africa, scatenò il contagio all’inizio degli anni ’80 in California; definita sindrome, ossia insieme di sintomi, il virus fu isolato nel 1983 all’istituto Pasteur di Parigi. Un retro-virus, chiamato HIV, attacca i linfociti T e causa l’AIDS: sindrome da immuno deficienza acquisita.
Al momento degli omicidi, la sindrome accelerò l’escalation generando comportamenti fobici e paranoici che, sebbene irrazionali, rispecchiarono trascorsi storici e reazioni prevedibili (peste, lebbra, colera, COVID). Ad oggi, l’HIV risulta la quarta epidemia più letale della storia con 36,3 milioni di morti, dietro alla peste nera, l’influenza spagnola e la peste di Giustiniano. Importa rilevare un dettaglio: l’omosessualità in Inghilterra è fresca di depenalizzazione perchè fino al 1987 era un reato.

Una volta riprese le indagini, immediatamente furono evidenti le somiglianze tra i due casi e le pattuglie iniziarono una timida attività di controllo cominciata dai pub di Soho.
Omicidio improvviso sull’Hungerford bridge
18 aprile 1986, mezzanotte passata in un gay bar. Luci soffuse di rosso scarlatto, quello del viso eccitato che scruta le prede poggiate al bancone ed esce dopo veloci abbordaggi. Passi rabbiosi, scatti indecisi quelli del lupo lungo l’Hungerford bridge fino a incrociare un clochard. “Have you got a cigarette, Sir?“, “ha una sigaretta, signore?”.
Prima un calcio all’inguine. La frana d’odio frantuma lo sfortunato spezzandone le reni, lesionandone gli organi interni. Il corpo del senza nome ricadde nel putrido Tamigi: un corpo mai identificato e rinvenuto il giorno seguente, mai collegato a Michael Lupo fino al suo arresto. Non un gay, non una preda sessuale ma un escluso, dimenticato da coloro i quali cacciamo tra i “non visti”. Un ultimo, come probabilmente si percepisce il serial killer.

Il rifiuto di Mark Leyland
Stesso giorno, diverse ore dopo. Charing Cross. L’incontro con Mark Leyland è inaspettato e conduce al bagno pubblico più vicino. Sul concludere, appoggiato ad una porta chiusa, Leyland rifiuta la congiunzione carnale scostando Michael.
L’assassino impugna una barra di ferro che, malmessa, sottrae alla parete cominciando a colpire l’uomo: complice il luogo frequentato, la resistenza della vittima vince sulla furia dell’aggressore. Fugge, capicolla su per le scale e sbraita alle forze dell’odine di aver subito un tentativo di furto. Omette la reale dinamica, timoroso del giudizio di omosessuale, chiarendo l’accadimento dopo l’arresto di Lupo.
Apprensione motivata che priva le indagini di un tassello importante, un idetikit e una trama di luoghi e vittime indispensabile per identificare il seriale. L’aggressione avviene infatti poco distante dall’Hungerford bridge.

Il ragazzo scomparso
24 aprile 1986. Taverna di Kensigton, una settimana dopo l’aggressione Leyland. Lo sfortunato si chiama Damien McCluskey, 22 anni. Il ragazzo scompare dopo avere incontrato uno sconosciuto ed essersi allontanato con lui. L’immediata denuncia della famiglia trova l’inadempienza delle sicurezza pubblica che nuovamente scorda di relazionare quando successo in questi giorni al giovane Damien: sterili indagini, assenza di prove nonostante la strabordante quantità di materiale organico e di impronte. Una incolpevole scienza forense, antiquata, pratica, tecnologicamente ignorante, ancora all’oscuro del DNA.
Violentato e mutilato con un rasoio, il cadavere dell’uomo riappare qualche tempo dopo in un appartamento seminterrato.
Come spesso accade nelle carriere degli assassini seriali disorganizzati, l’autore prende sempre maggiore confidenza, diminuendo il periodo di raffreddamento emozionale, commettendo errori imperdonabili.

David Cole (forse), da sopravvissuto a mediatore
7 maggio 1986. Una settimana dopo l’omicidio McCluskey, parco di Soho. Lupo abborda l’ennesimo ragazzotto: David Cole probabilmente, un nome che trova poche conferme nelle cronache. I due si piacciono, avviano un rapporto sessuale che tracima subito in stupro; wolf man attacca, brutalizza, tenta lo strangolamento tramite una calza tolta al partner. Una dinamica perfettamente aderente all’“assetato di sangue” Maurizio Minghella: violenza inaudita prima del rapporto, mutilazioni, stupro, omicidio tramite soffocamento e vilipendio di cadavere.
David si divincola, esce dal ferale morso del lupo e punta la luna, una luce che lo conduca alla vita, verso le forze dell’ordine. La vittima denuncia l’aggressore fornendo un puntuale identikit e comincia la caccia: una battuta in divisa guidata dallo stesso Cole per i pub dedicati ad omosessuali di Soho. Intimoriti, vergognosi e pudichi, i bobbies questuano aiuto proprio alla vittima, usa alla frequentazione di locali che tanto li mettono a disagio. La ritrosia dei testimoni, avvezzi alla malversazione, scansa le indagini temendo reazioni omofobe rendendo necessario l’intervento di un mediatore.

“Te la sei andata a cercare”
Proprio la sicurezza pubblica ignorò spesso denunce o sparizioni di omosessuali, rispondendo spesso con un laconico : “te la sei andata a cercare”. Un’epoca in cui i diritti inviolabili furono tali solo per quella compagine sociale conforme alla maggioranza, mise in luce carenze colmabili solo grazie alle battaglie sociali spesso osteggiate, ai Pride derisi come “sfilate per checche” e oggi definite parate dell’orgoglio, a chi, pur piangendo e soffrendo, ha dichiarato la propria normale eccezionalità di fronte alla bieca ignoranza e al pruriginoso perbenismo dei segretucci da confessionale.
In quei depravati postriboli dedicati al “sesso contro natura” il 15 maggio 1986 un uomo coraggioso riconosce un serial killer.
“Io ti conosco!”
Questo il segnale agli agenti per procedere all’arresto.

I taccuini dell’amore di Michael Lupo, il serial killer di Soho
L’indiziato è Michael Lupo e il 18 maggio 1986 l’abitazione di Roland Gardens è sottoposta a perquisizione: l’attuale valore dell’immobile corrisponde circa ad 1 milione di sterline e contiene una “camera della tortura”, il settore dedicato al BDSM. Disseminati, i diari intimi dell’assassino contengono i nominativi di circa 4000 partner, di cui circa 700 appartenenti ad ambienti a la page e benestanti fino alla corona reale.
Uno di questi “taccuini dell’amore” autocelebra le prestazioni attribuendosi il nomignolo, con cui è attualmente rinomato, di “the wolf man”.
Sottoposto a interrogatorio, confessa quasi immediatamente i 4 omicidi, attribuendosi l’agguato dell’Hungerford Bridge e dirigendo le forze dell’ordine al cadavere di Mc Clusky. Eviscera molteplici perversioni, tra le quali spicca la coprofilia.

Il processo a Michael Lupo, serial killer di Soho (Londra)
Sottoposto a interrogatorio, confessa quasi immediatamente i 4 omicidi, attribuendosi l’agguato dell’Hungerford Bridge e dirigendo le forze dell’ordine al cadavere di Mc Clusky. Eviscera molteplici perversioni, tra le quali spicca la coprofilia.
Imputato di 4 omicidi e due tentati omicidi, il processo ebbe luogo nel luglio 1987. La deposizione di un’ora e mezza rilasciata dal serial killer riporta tratti decisamente agghiaccianti:
“Quando facevo l’amore con James Burns ho perso interesse per quello che stavo facendo. Sentivo un gran freddo e tremavo, ho preso la mia sciarpa gliela ho stretta intorno al collo e ho provato piacere, mi sembrava che il dolore si attenuasse o ho stretto sempre di più”.
Una volta percepita l’assenza del moto respiratorio, tentò la disperata, superflua rianimazione percependo l’incedere di una furente ed inarrestabile ira: travolto, si accanì sul cadavere strappando la lingua a morsi, tentando di cavarne gli occhi.
Ripetè la dinamica per i successivi omicidi: dolore, stretta al collo, piacere, morte, rabbia, accanimento sul cadavere. Atipico l’omicidio del clochard, risultato apparentemente di uno scatto improvviso d’ira mai chiarito durante le deposizioni. Perizie psicologiche, registrarono la personalità di un individuo rabbioso, incollerito per il proprio stato, consapevole della propria responsabilità e pertanto in conflitto con se stesso. Una incessante schermaglia interiore tradottasi, usando Jung, in senso alloplastico ed estroverso, istinto distruttivo e compensatorio rivolto verso l’esterno.

Perizie psichiatriche
Sostenne di patire la “solitudine del malato” causata dal contagio dell’Aids e di sfogare la frustrazione contro partner inermi: non ogni partner, solo alcuni divennero vittime del lupo di Londra. Da dominatore a serial killer, reclutando inconsci schiavi sessuali destinati alla morte. Un uomo che sempre gioì a imporre il supplizio del martirio, slittò verso quell’andito recondito in cui eros cede a thanatos.
Piacere come dolore, amore come patimento e quando toccò al boia avvertire la triste sorte imposta al flagello, reagì con recrudescente rabbia d’omo morente si che il deviato amore schiuse il marcio recante seco. Non v’è amore nell’imporre lo stretto gioco della sofferenza. Ciò che a lui toccato pare vertenza d’etica morale: dispensatore di violenza, aristocratico lussurioso, s’ammalò di sconsideratezza. Di appagamento insaturo, inflisse tormento si che in lui fiorisse gaudio.
La condanna a 4 ergastoli e pene ulteriori per aggressione arrivò nel 1987, sentenza seguita da ulteriori indagini eseguite a Berlino, Amsterdam, Los Angeles e New York seguendo i viaggi eseguiti dal serial killer senza trovare connessioni. Una volta in carcere, difficile fu collocare un detenuto affetto da AIDS: Lupo morì in cella per le conseguenza della malattia il 12 febbraio 1995 a 42 anni.

Analisi criminologica di michael Lupo, il serial killer di Soho (Londra)
Michele Del Marco Lupo, fu un serial killer disorganizzato, edonista per piacere sessuale. Cresciuto in un paese della Basilicata degli anno ’50, assimila la catechesi cattolica trasmessagli da una famiglia fortemente credente: scopertosi omosessuale ritengo verosimile abbia affrontato un delirante conflitto interiore. Religione e convinzioni scientifiche, all’epoca riportano l’omosessualità come una afflizione, nonostante la Bibbia non condanni mai apertamente il rapporto tra individui dello stesso sesso; interpretazioni in tal senso sono da rintracciarsi a partire dal tardo Medioevo, ad opera di cristiani ed ebrei.

L’omosessualità per la Bibbia e il DSM-2
Fondamentali risultano diversi passaggi della Genesi (18:20-13:13-18:32-19:4/5) dedicati alla distruzione di Sodoma e Gomorra, ad esempio: “la gente di Sodoma fosse molto cattiva e peccatrice“. Centrale, il passaggio dedicato all’assedio presso la casa di Lot, nipote di Abramo entro le cui mura si rifugiarono gli Angeli mandati da Dio e al verbo “conoscerli”, tradotto come “voler abusare di loro” da parte degli abitanti che vogliono entrare in casa puniti con la cecità.
Il DSM-II (Manuale statistico diagnostico per le patologie mentali) nel 1968, definì “l’uranismo” una devianza sessuale, precisamente un disturbo mentale non psicotico, al pari della necrofilia e solo nel 1990 l’OMS la derubricò come variante del comportamento umano.
Definito religiosamente e scientificamente il fenomeno, ai più è noto il clima di vergogna, dissenso e diversità che gli anni ’90 consacrarono a uomini e donne attratte da individui dello stesso genere. Tali, le ragioni che probabilmente spinsero il serial killer a lidi socialmente progressisti e all’avanguardia come quello londinese.
Fondamentale risulta sottolineare la predisposizione di Michele per lo scontro fisico e il contatto, di cui già risultò eccellere nell’EI e che tradusse nel remunerativo “passatempo” di dominatore BDSM. Contatto e dolore emergono immediatamente dopo l’adolescenza delineando un percetto d’amore infelice e incompleto, un profondo patimento interiore derivato da una società ostativa e stigmatizzante.

Eccessi e violenza
Derivò quindi l’impulso a eccellere: nell’Esercito, partner, sesso, denaro, reputazione ed abitazione. Sforzi inadatti ad incrementare autostima ed apprezzamento personale, convogliati in strabordanti, narcisistici eccessi. Non risultano abuso di alcool o stupefacenti. Negli 11 anni trascorsi a Londra collezionò circa 4000 amanti, esercitando periodicamente violente attività sadiche su coloro i quali lo volessero (a quanto risulta) fino al contagio con l’Aids, momento degli omicidi.
Ricondotto su un piano di realtà dalla malattia, sesso e denaro persero la dote curativa relegando l’uomo alla condizione di “malato” già presente in lui. Costretto a provare nuovamente quel dolore, cercò una nuova terapia ritrovata nel caro, vecchio dolore. E se proprio la straziante inflizione provocò in lui piacere, uccidere parve un incidente dovuto al climax discendente dell’atto sessuale: smetto di provare piacere, accresco la violenza per arrivarvi.

Piacere triste e frustrato
L’omicidio generò tristezza e frustrazione, solitudine in particolare, emozione da lui sempre rifuggita, slatentizzando rabbia riarsa su un cadavere ancora caldo. Aggredì organi sessuali, stomaco e intestino, lingua: organi in parte usati per il rapporto sessuale e in parte sede di emozioni, laddove probabilmente avvertì il vuoto dentro di sé. Distrusse tutto ciò che a lui non potè più dare piacere.

Michael Lupo, un serial killer Così simile a Maurizio Minghella ed Andrea Matteucci
Michael Lupo è un serial killer disorganizzato, uccide d’impeto, privo di alcuna pianificazione, caccia o scelta d’una vittima preferenziale nonostante si rintracci un certo ritualismo: botte, stupro, strangolamento con oggetti (calze, sciarpe ecc.), violenza post mortem. Parecchi partner uscirono perfettamente illesi durante il periodo degli omicidi e fu probabilmente, come da lui dichiarato, la tristezza a muovere l’atto. Assenti spostamento dei cadaveri, staging, lascia le salme laddove commette l’omicidio disinteressandosene.
Maurizio Minghella, invece, è un serial killer edonista per piacere sessuale: così lo classifica il C.C.M.-Crime Classification Manual. Colpisce in luoghi a lui conosciuti vittime scelte a caso, prevalentemente prostitute.
Ma anche Minghella è classificato come “disorganizzato”, poichè non preordina o pianifica l’aggressione, non segue o pedina la vittima ma è mosso dall’istinto predatorio di lussuriosa ricerca di piacere rilasciato dall’inflizione del dolore: tutto, nelle scene del crimine, descrive aggressioni estemporanee, eseguite per il semplice scopo di fare del male, nuocere e generare sofferenza.
Le parafilie di Michael Lupo, il serial killer di Soho
Michael Lupo è un serial killer che elenca una serie di parafilie importanti tra cui la coprofilia, l’interesse morboso rivolto alle feci. Rilevano caratteristiche del “sottomesso”, lo slave del BDSM, peculiarità che poco mi stupisce e talvolta necessaria per equilibrare gli istinti aggressivi. Mancano dettagli relativi ad altre parafilie, tra le quali, secondo il profilo, potrebbero emergere comportamenti masochisti e feticismo, penetrazione con oggetti.
Relegato a serial killer sconosciuto, Michael Lupo rappresentò il peggior prodotto di un’epoca in lento, sforzato movimento, i cui atti risultano praticamente introvabili.
Suggerimenti di lettura in merito all’articolo su Michel Lupo, Il serial killer dominatore BDSM che terrorizzò Soho e la comunità LGBTQ+ di Londra
Se desideri continuare a esplorare questo oscuro universo dopo aver letto questa storia di Michael Lupo, il serial killer londinese, non perderti i miei articoli della rubrica “Ritratti Seriali“, che svelano i segreti e le gesta di individui come “Pierluigi Corio, il serial killer che uccideva gli amici”: Conosciuto come il “Fregoli di Bergamo“, Corio era un serial killer edonista che terrorizzava uccidendo i suoi stessi amici. Scopri i misteri e i dettagli di questo caso che ha lasciato molti interrogativi irrisolti.
Un altro degno di nota è ovviamente “Maurizio Minghella, il serial killer delle prostitute“: un serial killer sadico e disorganizzato, Minghella ha commesso omicidi brutali su otto vittime femminili nel corso di oltre due decenni. Scopri la storia di terrore e orrore dietro questo individuo disturbato.
E se vuoi spingerti ancora più indietro nella storia, leggi il caso di Antonio Boggia, il mostro della “Stretta” Bagnera: vissuto nell’Italia risorgimentale, fu il primo serial killer italiano e l’ultimo condannato a morte a Milano. Un assassino silenzioso, che nella penombra della sua cantina trasformava l’orrore in macabra routine. Smembramenti, inganni e profitto furono il marchio di un uomo che sfuggì per anni alla giustizia.
Rubrica Delitti di Provincia
Oppure esplora le storie avvincenti e misteriose dei “Delitti di Provincia“, ti guiderò attraverso casi di omicidi poco noti al grande pubblico, dal movente all’identità del colpevole, dalle indagini alla risoluzione del caso. Approfondisci le intricanti vicende e le personalità coinvolte, immergendoti in veri e propri gialli da rotocalco che hanno sconvolto gli anni passati.
Ti offrirò uno sguardo approfondito sui dettagli dei crimini e sulle tecniche investigative utilizzate per risolverli come per “Il Giallo di Villa Sassone – Il caso di duplice omicidio di Mornico Losana che ha Sconvolto gli Anni ’60“: Un vero e proprio noir da rotocalco che ha infiammato le cronache degli anni ’60, con una trama intricata e personaggi enigmatici. Un’altra storia macabra è quella del “Pippone di Varzi, ultimo impiccato della storia d’Italia“: Il mistero avvolge l’accusa e la presunta colpevolezza di Giuseppe Malaspina, conosciuto come Pippone di Varzi, per lo sterminio della famiglia Tamburelli nel 1863. Ultimo ma assolutamente non meno importante è “Alberto Scabini, Il borgia di Montù Beccaria“: un caso di omicidio plurimo tramite avvelenamento accaduto sui colli dell’Oltrepo’ pavese negli anni ’70, che coinvolge una famiglia e una lotta per l’eredità.
Scendere all’inferno può essere abbastanza vicino a conoscere o condividere esperienze vicino a questa narrata sicuramente con maestria, ma che lascia un senso di amarezza e sconforto, addirittura di sconfitta per il genere umano
Non avevo mai sentito parlare di questo caso, che il Dott. Curti ha portato alla ribalta analizzando mirabilmente, come sempre, la psicologia del serial killer e il contesto socio-culturale nel quale i delitti hanno avuto luogo. È un articolo interessante non solo per l’indagine criminologica svolta ma anche perché che ci riporta indietro nel tempo, all’epoca in cui l’AIDS ha fatto la sua apparizione sconvolgendo la vita (e in questo caso, la mente) di molte persone e ci aiuta a capire le paure e i pregiudizi di quel periodo.
Articolo interessante e, come sempre, ben scritto. Complimenti al dott. Curti.
Complimenti al Dott. Curti per questo nuovo caso analizzato.
Grazie per aver pubblicato i link agli articoli precedenti, che non mancherò di leggere, considerato il mio interesse crescente per gli scritti di criminologia.
Non conoscevo assolutamente l’inquietante protagonista di questo caso. Mi turba sempre molto entrare “in contatto” con questo genere di abiezioni ma la professionalità del criminologo rendono la lettura molto interessante e coinvolgente.
Complimenti, dott. Curti
Lettura appassionante e coinvolgente. Descrizione psicologica accuratissima.
Un caso che non conoscevo, ben analizzato nei suoi molteplici aspetti dal Dott. Curti.
Utili i link agli altri articoli, che non mancherò di leggere!
Passione, linguaggio impeccabile , intrspezione psicologica fanno di questa lettura un’avventura. Complimenti ancora una volta al dott. Curti!
serial killer peso
Ennesimo serial killer descritto con grande attenzione e maestria dal Dott. Curti. Complimenti!