Poiché un giorno Morte si farà vicina è una poesia ispirata al testo Raccontare la morte con leggerezza di Emily Dickinson.
L’ho scritta anni fa, quasi per gioco, partecipando a una mostra d’arte in cui ogni autore era stato invitato a parafrasare una poesia legata all’opera di un artista visivo. Io avevo scelto Emily, e da lì è nato questo piccolo viaggio: un modo mio per stare accanto all’idea della morte senza farla diventare buio.

Rileggendola oggi, mi sembra il tentativo di un commiato affettuoso, una carezza data nel momento dell’addio. Una voce che si allontana a piccoli passi, ma senza far rumore.
Poiché un giorno Morte si farà vicina
Poiché un giorno Morte si farà vicina
e mi tenderà la mano
io le porgerò la manca
che la destra alle radici terrò salda.
Sarà limpido il mio sguardo
che di gioia sarà colmo
per l’Amore che ho vissuto
e pel tempo che ho goduto.
Sarà lieve il mio cammino,
la mia ombra più sottile – come seta della festa
E con il vento in poppa veleggerò lontano
e tra le onde gonfie saluterò i delfini.
Sarà dolce il mio sorriso
oltre il ponte dell’arcobaleno
dove scorgerò le code degli amici più fedeli
e l’abbraccio loro ultimo prima dell’arrivederci.
Quando calcherò i Suoi passi, e mi sfumerà il profilo
E l’argento dei capelli danzerà nel sole,
sarà il tempo di partire per quel viaggio sconosciuto
e più volte rimandato per volere Superiore.
Ancora un battito sospeso
come stilla tra le ciglia – che galleggia e non asciuga.
Non si può restar per sempre sulla terra generosa
Ma nei sogni e nel tuo cuore il mio Amore abiterà.

osservazione fenomenologica dell’editore sulla poesia “Poiché un giorno Morte si farà vicina”
Questa poesia mi apre uno spazio quieto, come se stessi leggendo un biglietto lasciato sul comodino da una persona cara che ha saputo andarsene con grazia. Mi evoca una morte gentile, un congedo pieno di cura e affetto. Mi immagino un gesto lento, misurato: porgere la sinistra, la manca, perché la destra è ancora radicata alla vita. È come se Antonella mi stesse dicendo: “Posso lasciarmi andare, ma non sto dimenticando nulla”.
Mi colpisce quel movimento interiore che accetta la fine non come sconfitta, ma come passaggio. C’è dentro un’affettività intensa ma non straziante, una nostalgia che ha già conosciuto l’amore, e che ora è pronta a trasformarlo in memoria viva. L’immagine della barca che veleggia col vento in poppa mi fa pensare a quelle volte in cui, pur nella tristezza, si riesce a sentire che si può partire con leggerezza.
E poi il finale: “Abiterò nei sogni e nel tuo cuore”.
Mi ricorda quella presenza che resta anche quando il corpo non c’è più. Una presenza che non urla, non pretende, ma consola. Come il profumo di una persona amata rimasto su una sciarpa. Come un canto che torna in sogno, quando meno te lo aspetti.
Questa poesia mi accompagna dolcemente in quel luogo dove la paura della fine si intreccia con la gratitudine per ciò che c’è stato. Dove l’amore, anche nella morte, continua a essere casa.
Niccolò Di Paolo, editore della rivista
Bella e struggente la poesia, ancor di più il commento.
Ciao, Gilberto! Grazie per il tempo che hai dedicato alle nostre parole! La lettura di un testo che sia poetico o in prosa, così come un’opera d’arte figurativa, evocano emozioni e condividerle è un dono prezioso per chi le ha create.