Madres è nata durante un progetto che mi ha lasciato addosso molto.
Eravamo in piazza Duomo, a Milano, a realizzare una serie di flashmob in memoria delle migliaia di persone scomparse in mare, disperse, torturate, inghiottite da una storia che non ha saputo scriverne il nome.

Ho provato a dare voce a quel dolore che non conosco, ma che sento. Ho immaginato una madre che non ha più nulla da offrire se non lacrime e memoria. Una madre che potrebbe non essere la mia, eppure mi somiglia.
Questa poesia è un tentativo di non voltarsi dall’altra parte.
Madres
Barcollo sotto il peso dell’orcio – gonfio dell’acqua di pozzo
Il sole è una palla di fuoco
che brucia sterpaglie e arrota le spine
I miei passi scansano lenti le pietre roventi
nell’ombra che fugge oltre la polvere vermiglia
Avrò farina e fuoco per il desco della sera
Avrò parole nuove dalle voci dei miei figli
Avrò speranze da concedere per il loro domani
E una coperta bianca da intrecciare per la sposa
E qualche piccola moneta per i figli dei miei figli.
Un pianto di madre fa eco nel vento lontano
lacera il ventre del cielo – buio di stelle e di luna
Lamenta il figlio inghiottito nel nulla
che rende cadaveri i giovani sogni
Vedova di carne e sangue lei urla la morte dell’anima.
È mio il suo dolore – che lacrimo in silente rossore
Non è Aisha, non è Ilaria, non è Miguel, non è Giulio…
Non sono i miei figli quelli che senza voce anelano libertà
Non è loro il sogno infranto
Sono al sicuro, loro intorno al fuoco natio… Loro sono al sicuro – loro…
Barcollo sotto il peso dell’orcio – gonfio dell’acqua di pozzo
Il sole è una palla di fuoco
che brucia sterpaglie e arrota le spine
I miei passi stillano sangue sulle pietre roventi
All’avvoltoio ho dato in pasto il mio cuore…
Commento personale dell’editore
Madres è una poesia che non si legge: si ingoia. Piano, con fatica. Ti resta in gola, come sabbia o come pianto non ancora esploso.
Mi colpisce la scelta di non usare mai la retorica, pur trattando un tema che potrebbe facilmente cadere nel tragico spettacolare. Invece no. Antonella sceglie la carne, le spine, la polvere, le pietre roventi, il sudore. Il corpo. Il quotidiano. Eppure, tutto in questa poesia grida.
Mi commuove profondamente la parte centrale, quando la voce poetica si accorge che non sono i miei figli quelli che muoiono, eppure il dolore entra lo stesso. È un’ammissione potente e onesta: non serve una coincidenza biografica per sentire addosso la tragedia degli altri. È l’umano che vibra. E Antonella riesce a renderlo visibile.
L’ultima immagine, quella dell’avvoltoio, è durissima. Qui l’amore non basta più. Qui l’amore è già stato divorato.

Osservazione fenomenologica dell’editore sulla poesia “Madres”
Questa poesia mi apre un sentire che non mi è familiare, e proprio per questo mi interroga. Mi immagino i piedi che camminano sulla terra infuocata, i passi che si trascinano senza sosta, senza tregua. Mi evoca una fatica antica, quella della sopravvivenza, quella che non ha tempo per la poesia — eppure qui si fa poesia.
Mi colpisce il ritmo circolare del testo: inizia e finisce con la stessa immagine — “Barcollo sotto il peso dell’orcio” — ma ciò che accade nel mezzo cambia tutto. All’inizio è una madre che spera, sogna, nutre. Alla fine, quella stessa madre è spezzata, svuotata. Mi fa pensare a come la vita possa trasformare le stesse azioni quotidiane in gesti di resistenza o di lutto, a seconda di ciò che attraversa il cuore.
“Non sono i miei figli” è la frase che mi ferma. Mi fa sentire la distanza e insieme la rottura di quella distanza. Mi evoca un senso di colpa, ma anche di responsabilità. Mi apre la domanda: cosa facciamo noi, che siamo al sicuro, del dolore che non ci appartiene ma che ci guarda?
La poesia non dà risposte, ma mi lascia una sensazione di verità: il dolore non ha bisogno di autorizzazioni per essere sentito. E quando viene sentito davvero, lacera. Ma forse è solo così che può iniziare a trasformarsi in memoria viva, in voce. In atto.