Ben Mohammed Ezzedine Sebai, noto come il serial killer delle vecchiette, fu un serial killer disorganizzato, alcolista edonista sessuale.

Nato in Tunisia è immigrato in Italia negli anni ’80 trovando alloggio e lavoro in Puglia. Fatti ed eventi che lo contraddistinguono descrivono l’infanzia di un bambino dal carattere recalcitrante, indesiderato e stigmatizzato, allevato tra violenza e abusi, dalla psiche inzuppata nel vino.

Ciò che segue metterà in luce un caso dai profondi risvolti sociali, tracimante di imperdonabili errori giudiziari, rimescolati nei bicchieri vuoti di un seriale secondo solo a Donato Bilancia. Ezzedine Sebai risulta il secondo serial killer più prolifico in Italia.

Ezzedine Sebai

Prologo alla storia di Ezzedine sebai, il serial killer delle vecchiette

Tunisia, un piccolo villaggio vicino ad Ageg Laiung. Circondato da montagne verdeggianti, albicocchi ed ulivi, la terra natia di Ben Mohammed Ezzedine Sebai è un placido agglomerato di case immerso in una poetica natura. Nato il 15 ottobre 1964, secondo di otto fratelli, quattro maschi e quattro femmine, fu il figlio non voluto. Punito dall’insano stigma dell’errore, vennero lui negati amore e comprensione da un padre che mai l’accettò perché non “cercato”. “Il ribelle”, così lo chiamarono, fu un ragazzo caratterialmente incostante, refrattario a regole e imposizioni, disubbidiente e contrario alle figure di riferimento.

“Non andavo d’accordo con mio padre. Mi massacrava di botte, mi faceva alzare presto, alle 5 della mattina per imparare a memoria il Corano. Siccome mio padre era analfabeta, per verificare mi portava dall’Imam. Se non sapevo il Corano, mio padre e l’Imam mi picchiavano. Mio padre mi puniva severamente: era proibito giocare, contattare gli altri. Addirittura mi legava a due ganci attaccati fuori dalla porta di casa. Gli altri miei fratelli e sorelle non erano trattati come me. Ho finito con diventare quello cattivo del paese”.

Icona d’equivoco, egli recò lo stemma del negletto: botte, pugni, calci e gingilli d’ogni tipo servirono a sentenziare il totale rifiuto d’un innominato padre verso il figlio. Un crescendo incentivato dall’ inaccettabile anarchismo di un fanciullo, immerso nell’antiquato e anchilosato tradizionalismo islamico. Tale fu il verdetto, che il villaggio tutto cercò di ammaestrarlo attraverso un girotondo di “pedagogiche” sevizie qualificabili come torture e vessazioni.

Ezzedine sebai, il serial killer delle vecchiette

L’indomabile animale con morso e paraocchi, frustato e affamato non tarda a ribellarsi: presto il ragazzo “difficile” riversò tutto l’odio verso il prossimo.

“Il ribelle” da ribelle crebbe aderendo perfettamente al concetto di deviazione secondaria. Un reietto tra le sue stesse mura, figlio d’un tronfio misogino patriarcato, preferì spesso il tetto di un ponte, il letto dei fiumi, un fienile riparato. Relitto d’un villaggio di vento giallo, riversò quella rabbia su simili e simulacri.

Cercò ascolto, affetto, “parole buone” laddove potesse: prese a sgusciare come un ratto là, dove una porta era aperta e una donna era sola. Cibo, affetto, carezze elemosinate come un mendicante per gli alloggi tunisini, attratto dalle adulte inquiline, relegato a prendersi svenevoli grida di disappunto per la sua sgradita presenza. Urla, stridi come da prefiche dettero alla paura apostrofo di violenza. E lo sguardo d’un piccolo bisognoso divenne quello di uno Shaytan iracondo lesto a menare pugni, morsi e calci.

“Mia madre mi picchiava con le ciabatte e mi metteva del tabacco in polvere negli occhi, per punirmi. Anche le altre donne del paese aiutavano mia madre a fare questo. A volte, del peperoncino me lo mettevano nell’ano per punirmi”.  

Seguì il soffio del gelsomino, profumi di quesbour e kamoun che sbuffassero da una casa. Lei che lo sfiori, pozioni che diano il sogno. Anelò forza e vigore, mostrarsi grande. Tanghero di paure affastellate a livida corazza, Ezzedine ispirò timore desiando coraggio. Lieve, scesce il rigolo liquido di superbia alcoolica.

“Per il bere avevo 8 anni. Un mio parente mi fece bere del vino da una bottiglia. Da lì ho sempre continuato a bere alcool mischiato alla Pepsi cola perché la bottiglia era molto costosa. Dopo aver bevuto sentivo come la voce di una persona giovane che mi parlava all’orecchio sinistro, poi sentivo la voce di un uomo adulto e una donna che mi parlavano all’orecchio destro”.

Natura morte con bottiglie e vasi- Giorgio Morandi

L’approccio all’alcool fu drammaticamente precoce. Solo 8 piccoli anni. Lambiccata ambrosia di grano e frumenti, iniettò forza d’inetto senno: voce suadente d’un tirannico Rasputin, di madre e Madonna afflitta o cantilena sodomita, tre sono le voci che soffiano quali vati. Di prematura nascita, emergono quali deliri d’acido inzuppo alcolico. Alcool e voci, con lui in furti e aggressioni, prevaricazioni e stupri. Con lui negli omicidi.

La follia della grandezza-Renè Magritte

Il bagno turco e le vecchiette in nero

Obbligato agli impegni sociali, benchè esecrato, il bagno turco fu appuntamento settimanale immancabile. Privilegio d’un ripudiato, constò nell’accesso all’area riservata alle donne guidato da mamma e nonna. Imbarazzato da frequenti, evidenti erezioni divenne vittima di giocondi siparitetti durante i quali le anziane ne “tiravano il pene” o derisero le dimensioni infantili. Mi sovviene or ora quel Donato Bilancia posto nudo sul lettino e deriso dal padre Rocco davanti alle tre cuginette.

Imam, Corano e abusi

Facente parte della routine islamica, l’appuntamento dall’Imam era assolutamente obbligatorio. Ruolo di rilievo, riferimento culturale e morale per il villaggio, il ministro di culto insegnò il Corano praticando deliberati abusi.

“Mi infilava ovunque quel dito, e io mi sentivo sporco”

Ribelle deviante

Che tutta quella violenza non fosse usata da lui come arma, riversata sul villaggio ma usata come energia benevola e costruttrice, avrebbe dato trama a un ispirato racconto motivazionale, ma così non fu. Che quel dolore sia vostro, che quella furia datami ora mi faccia sentire forte. In un crescendo di violenza ed odio, “il ribelle” mutò in deviante, delinquente di primo stampo, atto e dedito al malaffare che restò comunque negli istituti scolastici fino ai primi due anni di liceo collezionando reati, denunce e percosse dalle forze dell’odine. Tenne sempre un coltello a serramanico in tasca.

“Ero una persona indesiderata da tutti. Bevevo, passavo le notti fuori, mi denunciavano. La polizia veniva a cercarmi”.

Coltelli a serramanico rinvenuti presso l’abitazione di Sebai

Primo arresto per stupro

Nel 1982 il primo stupro: fu anche il suo primo rapporto sessuale. Accusato di violenza sessuale, nel 1982 Sebai restò in carcere per diversi mesi e una volta libero, tentò senza risultato altri abusi carnali fino al suo secondo rapporto sessuale, anch’esso uno stupro. Mantenne viva quella abitudine di entrare nelle case di donne sole, sostenendo di essere sempre eccitato: bastava uno sbuffo, il tocco di una femmina, per originare un orgasmo. Adentrandosi nelle altrui abitazioni, aveva spesso già il pene in erezione.

Libro: Serial killer italiani. Cento anni di casi agghiaccianti da Vincenzo Verzeni a Donato Bilancia

L’approdo in Italia

L’approdo in Italia come immigrato clandestino, avvenne nel 1988. Bracciante in nero a Cerignola poi, nel 1990, a Merano come lavapiatti. Nuovamente arrestato per tentata violenza sessuale, fu scarcerato grazie alla sospensione condizionale della pena seguita però da decreto di espulsione. Tornato a Cerignola, seguirono cinque arresti e altrettante scarcerazioni grazie a false generalità fino al 1995, anno di inizio degli omicidi.

Gli spostamenti del serial killer

In quel momento ha la residenza a Cerignola e possiede una piccola abitazione in Vicolo Matera, rione Terra Vecchia. Raggiunto nel 1997 dal fratello Ismail, convive con esso e un altro amico.

Ben Mohammed Ezzedine Sebai parla un italiano fluido, decisamente sopra la media. Immigrato clandestino, alcolizzato, forte tabagista, ha collezionato un numero indefinito di denunce per furto, tentata violenza sessuale, violenza sessuale e aggressione. Sostiene di sentire delle voci. Suole introdursi nelle dimore abitate da donne sole di età già avanzata. Chiede attenzioni, chiacchiere, compagnia talvolta. L’obiettivo è semplicemente il furto, l’appropriazione di denaro o preziosi ma è armato e pronto a uccidere. Scatta sempre in costanza di forte intossicazione alcoolica, quando si arrabbia perde sangue dal naso. Ogni volta in cui una donna urla, si oppone o lo aggredisce, Sebai ricorda l’infanzia.

Sebai agli arresti

L’ultimo delinquente

Luigina Vigilante ha 70 anni. Si trova sola in casa il 15 maggio 1995. Strette e basse, le mura vedono Sebai penetrare ubriaco. Anche lei lo vede: urla, lui l’aggredisce menando coltellate alla mano e alla gola. Sciacqua sangue, sudore e fugge. Luigina è viva, Sebai finisce in manette ma dopo 4 mesi è libero. Fornisce ancora false generalità.

Ecco Ezzedine sebai, il serial killer delle vecchiette

La Puglia è tappezzata dalle case “dei bassi”, abitazioni ad un solo piano a ridosso della strada. Invase da gioviali vecchie signore, hanno l’abitudine di portare usci aperti, così che vicini e amici possano improvvisare a loro piacimento. Un caffè, le cartellate al vin cotto o una focaccia, tutto perchè “si fa così”. Sono proprio quelle anziane donnette, tutte sopra i 70 anni, che in primavera cominciano a morire. Omicidi senza colpevole o con arresti pieni di dubbi. Molti condannati gridano la propria innocenza. Sono tre gli omicidi nel 1995.

Vie ed abitazioni prese di mira da Sebai

Il modus operandi al tempo dei reati

 Le prime vittime svaniscono nelle statistiche. Che l’atto sia compiuto dalla stessa mano sfugge fino all’anno seguente. Un modus operandi lapalissiano nella sua ripetitività si delinea con la quinta esecuzione: vittime sempre sopra i 70 anni, uccise a seguito di aggressione nelle proprie abitazioni, tramite coltello a serramanico. Sole al momento del crimine, vengono pugnalate al collo o alla gola. Attorno ai corpi, si allarga uno spesso, largo, scivoloso lago di sangue. Sottratti denaro e preziosi. Porte e serramenti prive di manomissioni, la casa è sovente messa a soqquadro.

Mappatura riguardante le aggressioni del serial killer delle vecchiette

Abiti dai colori scuri, nomi che ricordano santi e credenze; una vittimologia dalle caratteristiche rigorose.

Grazie alle analisi medico forensi compiute su Celeste Madonna, gli omicidi vengono imputati al medesimo offender.

Celeste madonna

25 aprile 1996-Lucera (FG). Sola in casa, Celeste sfinferla in cucina con un branzino tra le mani. Alla spalle, la porta d’ingresso è sempre aperta: odore d’alcool, d’acre sudore stantio pervade la stanza. Celeste urla. E urla, urla.

“Quando sono entrato quella donna ha cominciato a gridare….le ho dato una spinta. La donna è caduta, aveva qualcosa al collo. Un tovagliolo, un foulard. Allora le sono montato addosso e le ho dato una coltellata con un coltello che avevo in tasca….Quando ha smesso di gridare ho tolto le mani dal collo. Il foulard era zuppo di sangue. Avevo paura. Quando sono entrato volevo parlare ma lei ha cominciato a urlare così forte.”

All’omicidio di Madonna Celeste, faranno seguito quelli di Giuseppina Garbetta (72) e Anna Stano (85); altre tre sono le vittime nel 1996.

Due vittime del serial killer

Il profilo del Prof. Luberto

Prove e lasciti del serial killer sono repertati e contribuiscono a stilare un primo profilo di un uomo cresciuto come ribelle e divenuto serial killer. Sarà l’inestimabile competenza del compianto Prof. Luberto, mio insegnate nel lontano 2010, a fare chiarezza: il soggetto è maturo, poco scolarizzato. Agisce d’impeto ma conosce la zona. Si intrufola nelle ore più calde, al momento del pranzo dei giorni centrali della settimana. Fulmineo, l’agguato impedisce ferite da difesa. E’ un pavido ma incredibilmente aggressivo, si lava, cambia, fugge prelevando denaro e oggetti di poco valore. Vive alla giornata con lavori saltuari. E’ un tossicodipendente, un alcolizzato o un immigrato. L’assassino è emotivamente instabile.  Sulle scene del crimine sono repertare sigarette spente e gocce di sangue provenienti da epistassi: a casa di Giuseppina Garbetta viene rinvenuto un cappello.

Prove rinvenute sulle sene del crimine

Puglia senza colpevole

Case chiuse, finestre sbarrate. Uomini fanno scorta a mogli, figlie e madri. La Puglia si guarda alle spalle ma sono 9 le volte in cui l’assassino agisce indisturbato solo nel 1997: il climax che annuncia la fine; centrali sono gli omicidi di Angela Sansone e Lucia Nico.

Alcuni articoli dell’epoca

Angela Sansone

27 agosto 1997, Spinazzola. Ora di pranzo. Angela Sansone scodella in tavola qualche fagiolino ma dalla cucina vede il morbido letto che pare chiamarla per un attimo di tregua. Ha 84 anni e non oppone nemmeno resistenza quando Ezzedine assesta sei coltellate alla gola. Nulla può fare, nemmeno quando abusa sessualmente di quel cadavere inerte che deturpa anche dopo la morte. L’uomo lava il sangue, cambia gli abiti, quindi si mette a tavola e mangia i fagiolini che la vittima aveva in caldo. Prima di andarsene, prende l’orologio al polso di Angela.

Angela Sansone rappresenta una svolta: l’unico episodio di abuso sessuale su di un cadavere e un picco di aggressività. L’arresto arriva con Lucia Nico.

I tipici colpi inferti dall’assassino

Lucia nico

Dalle panche di una chiesa, il tunisino chiede elemosina. Da qualche settimana si aggira a Palagianello e parla con le sue vecchiette. Lucia si accorge di lui proprio tra le effigi della magione di Cristo e resta a tenergli compagnia. Lei è quella giusta. Inizia un lento, laborioso pedinamento da cui apprende abitudini ed orario, momenti di solitudine e compagnia.

15 settembre 1997. Palagianello (TA). Nuovamente ora di pranzo. Lucia è sola, Ezzedine lo sa. Puzza di sudore mentre rovista tra gli averi della donna che dalla camera da letto si sposta all’ingresso. Farnetica, parla a vanvera, vuole “parole buone” ma lei grida. Cinque sono le coltellate da cui esce una copiosa quantità di sangue: come da copione, il rito vuole cambio d’abito e lavaggio. Un lavabo vestito d’acquasantiera, che toglie il peccato di dosso.

E’ in boxer mentre entra una bimbetta; è Rosa D’Alò che passa a salutare Lucia. Il signore che puzza la squadra, la caccia alzando la voce. Corre Rosa, chiama la zia che accorre e trova l’intruso pronto ad andarsene. Allora interviene il vicinato che strilla, schiamazza, cerca il villano che ha rubato da Lucia: lo becca un agente in borghese, nei pressi della stazione; poco dopo si rinviene una borsetta della donna colma d’un coltello e pantaloni insanguinati. Qualcuno, intanto, rinviene il cadavere di Lucia con due coltellate alla gola: tutto assomiglia gli altri omicidi avvenuti in Puglia. La vittimologia è identica.

La Nico sarà l’ultimo omicidio di Ben Mohammed Ezzedine Sebai.

Libro: 22 gradini per l’inferno. Dal mostro di Nerola al depezzatore di Roma. I serial killer italiani nella scala del male

Il fermo

L’immigrato nega tutto con tenecia e convinzione. Si atteggia a guappo, sfida le forze dell’ordine per disperarsi, picchiare la testa contro la scrivania e tentare due volte il suicidio durante la detenzione preventiva. Tace, è innocente ma presso la sua abitazione sono rinvenute prove appartenenti ad alcune delle vittime del serial killer delle vecchiette: l’orologio della Sansone e alcuni anelli appartenenti a Maria Totaro. In più ci sono le tracce di sangue.

Processo e condanna all’ergastolo per Ezzedine sebai, il serial killer delle vecchiette

Il Tribunale competente, Corte d’Assise di Foggia; avvocato difensore Maria Letizia Serra, Pubblico Ministero Dott. Nobili. Negata la perizia psichiatrica, Sebai è accusato di quattro omicidi. Nico, Totaro, Valente e Sansone. Nonostante le grandi somiglianze, non gli sono attribuiti altri omicidi per i quali sono accusati o già in carcere altri innocenti. Giuseppe Donvito, recluso perché ritenuto colpevole dell’omicidio Commessatti, si toglie la vita impiccandosi in cella con un lenzuolo.

Dichiarato colpevole, Sebai è condannato a quattro ergastoli il 02-04-2001.

Svolta con il suicidio Donvito

Datato 2004, un lungo memoriale del condannato, ripercorse l’infanzia e l’intera vicenda giudiziaria fino alla confessione. Nascose la colpa, tacette i misfati fino al suicidio Donvito (conosciuto in cella); a quel punto decise di confessare tutti e 15 gli omicidi. L’omertà: ultima lama del serial killer. Ladro d’anni e di tempo sfuggito; vittime vive, recluse in cella per reati mai commessi, colpevoli d’errori giudiziari.

“Io sono colpevole qua e tutti quei detenuti che si trovano in carcere, tutti innocenti.“

Stralci della confessione del 2005

Sebai confessa 15 omicidi

Negli anni 2006 e il 2007, la Procura di Milano ascolta i particolari di ogni aggressione celata. Saranno quattro gli omicidi confessati in una prima fase e altri tre in una seconda.

“Ho sempre agito in stato di ubriachezza contro donne anziane. Ho un peso enorme sulla coscienza. E’ tutta colpa del mio vizio con l’alcolismo. Questo vizio mi portava letteralmente a perdere la testa e a cercare anziane signore che vivevano sole. A volte quattro o cinque volte al giorno. Se le donne reagivano o gridavano io le uccidevo…. Ho fatto un numero imprecisato di rapine, circa 1200”.

Stranci della confessione del 2007

Il reo è consapevole, determinato a definirsi “colpevolissimo” nonostante non traspaia la minima empatia. Accusa infine la Serra, responsabile di conoscere tutto ma latrice di silenzio. 

“io non entro per uccidere, se mi dicono buone parole per me è come il paradiso….”

Sebai dichiarò che le sue intenzioni furono solo rivolte al furto e mai per uccidere. Gli omicidi, a suo dire, successero in conseguenza alle reazioni delle vittime.

Errori giudiziari

Confessione che scuote, scuoia la Procura di Taranto: molti ritengono il killer un mitomane, altri chinano il capo. Pretesa la revisione di quattro processi, non è comunque prevista alcuna scarcerazione. Tutti i condannati sconteranno per intero la pena comminata.

Grafico che riassume omicidi, anni delle confessioni e soggetti ingiustamente incarcerati

Del 2006 si data la prima perizia di parte la quale rilevò una psicosi alcolica innestata su una personalità disturbata non priva di tratti autistici. Mai rilevata alcuna patologica condizione tale da diminuire o escludere la capacità di intendere e volere.

Ezzedine sebai, il serial killer delle vecchiette: dalla Carcerazione al suicidio

Ezzedine fu certamente affetto da deliri alcolici: tre, le voci udite durante gli eccessi. L’uomo maturo, l’uomo, la donna e l’uomo giovane probabilmente appartennero al padre, alla madre o nonna e all’Imam. Funsero da giuda nei furti, consiglio negli omicidi, coscienza a fatto compiuto: una volta in carcere smisero di nitrire perchè private del nutrimento. Carcerato modello, fervente musulmano, terminava il riposo alle quattro di mattina e preparava il te. Studiava per diventare perito elettrotecnico.

Nel 2012 è stato rinvenuto suicida nella sua cella, appeso per il collo ad un lenzuolo. L’avvocato Luciano Faraon, suo legale, aveva appena annunciato l’annullamento con rinvio del processo per l’omicidio di Celeste Madonna. Rintracciata una lesione cerebrale causata dal colpo di una chiave inglese inferto all’età di 7 anni. Dal padre.

Sebai al momento dell’arresto

Si era aperta la possibilità di revisione di tutti i procedimenti per i quali era stato condannato. Aveva 49 anni.

ANALISI CRIMINOLOGICA di Ezzedine sebai, il serial killer delle vecchiette

Ben Mohammed Ezzedine Sebai è stato un serial killer disorganizzato, edonista sessuale. La ragione di tale inquadramento consta nell’eziologia della dinamica di reato, la nativitas, la spinta dietro ai crimini. Dalle sue stesse dichiarazioni, grazie a perizie e consulenze eseguite, emerge lo strettissimo legame intercorrente tra sessualità e morte. Sempiterna costante, Eros e Thanatos ritornano nella storia dell’essere umano; con esse, il terzo vate: rabbia. Fluisce, incastra ogni fibra del serial killer. Essa indugia quale genitoriale disgraziato lascito d’amore deviato. Romba come quel grido passato  intriso d’amore picchiato, tumefatto, arso d’acide risa e torture insaziate. L’amore è morte per Ezzedine, è ira. Idrofobo capro conteso dai vizi capitali, scelse lussuria: falde di furore enfie spurgano nel sesso.

Amore e morte

Copula come sfogo rovente di furore insaziato: essa è speculare trauma d’amore deviato subìto. Così “fare l’amore” diventa stupro, la donna è carne da macello. Gli eccessi d’alcool sgorgano ira: mitile inesorabile che da sabbia crea rifugio, essa regge calma e benessere ma smaschera il pathos. Sibila voci, rompe gli indugi.

Eros e Thanatos- Egon Schiele

“la rabbia, sento il bisogno di sfogarmi, ce l’ho duro… molto duro… ho voglia di massacrarle, di riempirle di botte… sento una rabbia grandissima”.

La donna è per Sebai ambivalente simulacro di desiderio sessuale e ricettacolo di violenza, fonte battesimale in cui l’acqua è sostituita dal sangue.

Distribuzione degli omicidi negli anni ’96 e ’97

Della confessione rilasciata al P.M. Nobili, la frase “ho bisogno di una donna” mormora “ho bisogno di averla in mio potere assoluto”, ovvero “ho bisogno di ucciderla”; una sessualità immatura e perversa, che non cerca il coito. Accompagna sentimenti ostili, distruttivi e sadici: trasmette tensione sovraccarica di risentimento.

“Quando arriva il momento.. il momento di fare sesso, il momento della rabbia, è il momento di star vicino ad una donna, di sfogarsi, di essere toccati o di essere abbracciati da qualcuno”.

Completa elencazione delle vittime

Trambusto d’ostilità furiosa, l’omicidio porta piacere carnale e l’esito ultimo procede al passo della scarica sessuale, con l’orgasmo. Una astratta eiaculazione corrisponde con la morte della vittima. Svuotato, sente paura che sempre gli è accanto.

“Io con il sesso sono malato, posso anche andare dieci volte una sera con prostitute, ma non sono mai soddisfatto… Ho un desiderio enorme ma non ho il pene adatto..”

S’inceppa e ritorna, il tema dell’inadeguatezza patita da Sebai per le sue dimensioni. Inadatto lui, piccolo il membro memore di vetusti guizzi d’odio velato di nero.

Lo stupro-Edgar Degas

Ezzedine sebai, il serial killer delle vecchiette: gli appunti del Professor Catanesi

 Similmente a Donato Bilancia, palleggiano caratteristiche del serial killer dominatore: sentimenti di inadeguatezza fomentano l’insaziabile volontà di potere, la ricerca di onnipotenza, la necessità di dominio. Trasuda una immatura, egocentrica, autocentrata e narcisistica visione del mondo incastonata in un Io rigido ed insicuro, smanioso di rivalse e di riconoscimenti.

Abitazioni messe a soqquadro del killer

Una più approfondita analisi di psiche e comportamento, fondata sui lasciti del Prof. Roberto Catanesi (il quale sottoscrisse la perizia al Sebai nel 2007) eviscera assenza di empatia, una fredda emotività immota che tradisce legami con terzi. L’altro è “corpo vuoto”, estraneo a dignità, esigenze e sentimenti, destinato a rapporti utilitaristi e strumentali. Lontano da colpa o rimorso, riserva dispiacere solo per sè.

Incapace a conformarsi alle norme sociali, trasmette e dimostra un elevato livello di aggressività.

Vecchie donne nere

Sulle donne anziane il Sebai sembra riversare tutte le ostilità patite, le “donne nere” diventano per lui il feticci su cui poter sfogare la rabbia. Sono un obiettivo “giusto” perchè deboli, sole (le sue vittime sono sempre state così), passive: “corpi vuoti” inoffensivi, adatti a ricevere inermi pulsioni d’amore/morte. “Proporzionate” a paure e timori, riesce simbolicamente a coagulare in loro tutti i suoi vissuti persecutori. Sono i fantasmi del passato.

Donna vestita di nero-dipinto del 1975

Barcolla il ragazzo di nulla vestito, nudo nel cuore, ebbro nel sangue. Ama la donna che ricorda la madre, anela il suo sesso che d’acciao fu fatto. Tuona quel pugno di lama artefatto su tenere carni, volute e impotenti.

Dott. Mattia Curti, Criminologo

Libro – Serial killer: vite e crimini di noti assassini seriali

SUGGERIMENTI DI LETTURA IN MERITO A QUESTO ARTICOLO SU “SIMONE CASSANDRA”

Se ti ha incuriosito l’articolo e vuoi scoprire altre storie criminali ti invito calorosamente a esplorare la mia rubrica “Monografie Seriali“, dedicata alle storie dei serial killer italiani, tenuta per la rivista de “i divulgatori seriali di conoscenza“.

Questa serie di articoli offre una profonda analisi delle loro vite, dei loro crimini e delle loro motivazioni, con l’obiettivo di fornire al pubblico una comprensione più approfondita di questi casi di crimine.

Ecco alcuni degli articoli che potresti trovare interessanti oltre a quello che hai già letto:

“Simone Cassandra – Il serial killer di Norma (che non sapeva di esserlo)“
“Elvino Gargiulo – I misteri del mostro del Quadraro“
“Leonarda Cianciulli – 13 piccole bare bianche in un viaggio esoterico tra maledizioni e riti magici“
“Ludwig: l’organizzazione criminale neonazista fondata da Abel e Furlan, serial killer missionari“
“Maurizio Minghella, il serial killer ‘assetato di sangue‘”
“Roberto Succo, il killer della luna piena“

“Sonya Caleffi, l’infermiera serial killer – morire d’aria”
“Milena Quaglini fu Vittima o Carnefice? La storia della Vedova Nera”
“Ferdinand Gamper, sei spari nel silenzio”
“Luigi Chiatti, l’uomo nero dagli occhi azzurri”

e ovviamente Ezzedine Sebai, Il serial killer delle vecchiette

Oltre alla trilogia su Donato Bilancia:

“Donato Bilancia, ho voglia di uccidere – Donato il timido, Walter il ladro“
“Donato Bilancia, da assassino a serial killer“
“L’edonista dominatore“

Se sei interessato a saperne di più sulla mente dei serial killer italiani e sui loro terribili crimini, ti invito a leggere uno di questi articoli. Le mie Monografie Seriali offrono una prospettiva approfondita sulla criminologia e sulla psicologia di questi casi, fornendo un’opportunità unica di apprendimento e riflessione.

9 risposte

  1. Come al solito la chiarezza e la lucidità del racconto, lasciano un segno nel lettore che, cone me, resta impressionato dai livelli di sadismo della mente umana. L autore sa ben toccare le corde del lettore

  2. Ritratto denso di dettagli, un’analisi profonda sono le caratteristiche che contraddistinguono lo stile del Dott. Curti unite ad una passione per la criminologia. Tutto ciò coinvolge il lettore che si immerge in una lettura di un testo scritto in modo esemplare!

  3. Complimenti anche questa volta al Dott. Curti per il lavoro di ricerca e di analisi del caso proposto.
    Fatti di cronaca lontani nel tempo vengono da lui studiati e raccontati in modo chiaro, dettagliato e comprensibile anche per i non addetti ai lavori.
    Ogni volta che leggo i suoi articoli, che inducono sempre a riflessioni, imparo qualcosa di nuovo.

  4. Complimenti all’autore! Ancora una volta si tratta di un’analisi minuziosa , coinvolgente, ma soprattutto chiara e dettagliata.

  5. Lo stile, le competenze e la ricerca unità all’analisi dei casi consentono al lettore di immergersi in situazioni complesse che, a volte, forniscono riflessioni profonde: se l’ambiente fosse stato diverso, si sarebbe ugualmente assistito a ciò che è stato perpetrato? Complimenti al dottor Curti, perché questa domanda viene percepita nel suo articolo

  6. Ad un certo punto la piccola vittima diventa il grande carnefice. Concordo con Claudia: l’ambiente in cui è ha subito maltrattatamenti e umiliazioni è stato decisivo. La narrazione appassionante tiene sempre sul pezzo il lettore e ci si ritrova rapidamente all’epilogo della vicenda.

  7. Sembra impossibile che un essere umano riesca a portare l’inferno in se stesso e nella vita delle sue vittime.
    Caro dott. Curti ho apprezzato la narrazione dallo stile asciutto ma intrisa di calore ed umanità in che denota una solida professionalità unita all’ amore per la scrittura e la narrazione.

  8. Avv. Luciano Faraon email avvfaraon@gmail.com

    Sono stato il difensore di Sebai Ezzedine dopo la confessione fiume al dott. Nobili fino alla sua morte che non è stato un suicidio, ma un omicidio come ho più volte denunciato
    Le perizia medico legale finale Condotto dal Prof. Vincenzo Mastronardi, con l’intervento dello psichiatra dott. Alessandro di Risio, il prof. Giuseppe Sartori di Padova, lo psicologo dott. Igor Castellarin e co n l’intervento tecnico della università di Catania e di quella di Londra per l’esame di risonanza magnetica nucleare con VBM.
    La perizia era stata voluta dal Sabai che ha confessato gli omicidi con dovizia di particolari, ma che ha chiesto ditemi perchè ho ucciso tutte queste vecchiette perchè io non lo so!!!
    Quello che non compare in maniera chiara dalla narrazione soprariportata è il fatto che Sebai Ezzedine deve la sua devianza sessuale al fatto di essere stato vittima di violenza sessuale all’età di sette anni.
    Si sa, ma non si dice, durante il Ramadam non si possono avere rapporti sessuali con le donne, ma con i bambini si!!!
    Circostanza della quale ho avuto conferma da molti giovani tunisini quando ho frequentato tale stato per motivi di lavoro.
    I maltrattamenti del bambino Sebai Ezzedine legato agli anelli dove normalmente vengono legati gli asini è dato dal fatto che egli voleva gridare al mondo le violenze sessuali subite dall’Iman.
    Ma si può parlare delle violenze sessuali dei preti non di quelle dell’Iman !!
    Le percosse delle donne vestite di nero ( nonna mamma zia…) sono assimilate alle percosse ricevute.
    In sede di perizia esce che i danni cerebrali sono stati determinati non dalle percosse delle donne ma dal un colpo alla testa datagli dal padre con una chiave inglese per farlo tacere!
    Colpo che gli ha determinato la lesione dei caudali accertata dalla CTU e da qui la perdita di controllo al momento delle urla delle donne aggredite!
    La CTU ha anche accertato che le modalità di uccisione sono finalizzate a silenziare le vittime. ( la prima la ha strozzata le altre sono state scannate con lo stesso modo con il quale si uccidono le capre nel Magreb.
    In sede processuale finale è stato accertato che Sabai Ezzedine non era in grado di volere al memento degli omicidi.
    A nulla sono servite le confessioni complete e dettagliate degli omicidi per scagionare le vittime innocenti degli errori commessi.
    Basti citare il processo di Taranto relativo a cinque omicidi ed ove lo stesso assistito dallo scrivente avvocato Luciano Faraon che ha chiesto il riscontro della responsabilità e l’accertamento della sua incapacità e della necessità di curare Sebai.
    Il tribunale ha condannato all’ergastolo Sebai Ezzedine all’ergastolo per il solo omicidio dove non era stato condanno nessuno e all’autocalunnia ove vi erano quattro innocenti in carcere!!!
    Alla fine in Cassazione la malattia del Sebai è stata riconosciuta, ma la sentenza non è stata motivata per morte del reo!!|
    Dopo l’udienza di Cassazione ho spiegato a Sebai che ora sarebbe stato curato.
    Egli mi ha chiesto se poteva chiamarmi papà perchè non aveva più nessuno.
    Gli ho risposto di si dicendogli lo ho già fatto con una donna del Bangladesh trasformata da testimone dell’omicidio del marito a presunta complice per colpa dell’interprete.
    Poi fu assolta dopo l’intervento della Corte Costituzionale.
    E’ ancora mia figlia adottiva.
    Sebai Ezzedine mi ha quindi chiesto ” Mi porti una Bibbia perchè solo i cristiani mi hanno aiutato.
    Non sono arrivato in tempo a portarli la Bibbia perchè è stato suicidato dal compagno di cella tunisino come lui perchè non si può abiurare la fede mussulmana.
    Non è morto subito e su indicazione del teologo Mons. Livio Poloniato che ha affermato :”La richiesta della Bibbia è un battesimo di desiderio e quindi fargli amministrare i sacramenti in articolo mortis”
    Così è avvenuto e nel mio prossimo libro vi è un capitolo ” Un serial Killer in Paradiso”
    Ho assistito all’autopsia presso l’ospedale di Padova di Sebai Ezzedine con l’assistenza del medico legale dott. Massimiliano Mansutti di Udine.
    Nessun segno di impiccagione , ma di strozzamento sul letto a castello.
    Sebai un serial Killer si, ma anche una vittima
    Ho seguito questo povero uomo sino in Tunisia al suo funerale

    Come il buon ladrone anche Sebai Ezzedine è in paradiso

    1. Gentile Avv. Faraon,

      la ringraziamo enormemente per il suo commento e per aver condiviso dettagli così significativi sulla vicenda di Sebai Ezzedine. Non ha idea quanto apprezziamo il suo contributo e la sua disponibilità a fornire un quadro più completo e umano della storia di Ezzedine. La sua esperienza diretta e le osservazioni dettagliate offrono una prospettiva preziosa che merita sicuramente attenzione.

      La invito a rimanere in contatto con noi. A breve, il prof. Mattia Curti risponderà personalmente alle sue osservazioni.

      Cordiali saluti,
      Niccolò Di Paolo
      Admin del blog “Divulgatori seriali di conoscenza”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *