La denominazione di “mostro di Bargagli” consta in una invenzione giornalistica identificativa di un serial killer attivo a Bargagli, provincia di Genova, tra il 1944 e il 1985. Seriale mai identificato, potrebbe classificarsi come missionario disorganizzato.
Luogo, modalità, obiettivi e soprattutto una folta, larvata trama sottendono alle malefatte di una cricca di scrupoli sguarnita, un gruppo di “ladroni” che di politica e denaro ingrassarono occulti ingordi suini. Non un enigmatico assassino ma la banda dei vitelli, forse, fu l’avido, goloso criminale che alcuno seppe ghermire.

furti, Carne marcia e la banda dei vitelli
A.d. 1941, inverno. Entroterra genovese. Povertà e fame. Dal frammisto senso di appartenenza fu l’Italia che, incerta, volle razziare dal banchetto europeo entrando in guerra. Gerarchi e monarchi nulla previdero dell’imminente débâcle: sudditi d’un ordine prestabilito, nel popolo fioccarono endemiche attività illecite.
Guastata tra gli irti sterpi del ginepro, la “banda dei vitelli” di furto e macellazione clandestina fece occupazione giornaliera. Razzie di allevamenti, depredarono i “manenti” di bestie di ogni genere per rivenderle al mercato nero. Una nicchia delinquenziale operante in zona, teppaglia noti come “ladroni di Bargagli”.

Bargagli
Situata nell’alta Val Bisagno, il paesotto oggi conta oggi appena 2.500 abitanti: affacciato sulla Val Fontabuona, dista circa 40 minuti da Genova se dal capoluogo si procede verso l’interno in della direzione costiera di levante. Alti faggi e sbuffi di borragine, sbuca sullo scuro bosco della Tecosa: terra di confine, fascia di passaggio, trovò su tavole imbandite carni marcescenti strappate a carcasse seppellite. A tanto arrivò la banda e l’interesse dei gendarmi fu mosso da attenzione.

I carabinieri Scotti e Cammereri arrestano la banda
Mesi d’indagini, interrogatori ed appostamenti ed il 22 novembre di quello stesso inverno del 1941, i Carabinieri Carmine Scotti e Candido Cammereri misero ai ferri la banda dei vitelli. Un sommario procedimento penale condannò parte della banda lasciandone libera l’altra.

L’8 settembre
Chi in galera, chi nascosto tra i monti, i Carabinieri tornarono alla vita di sempre fino all’8 settembre. Ideali e ripensamenti, con l’armistizio nacque la resistenza che a molti tolse il fez. Ravveduti o risvegliati, Scotti e Cammereri passarono alla guerriglia: Candido trovò però la morte nel 1944 durante uno scontro a fuoco contro i nazisti mentre Carmine continuò l’alacre lotta contro ex colleghi ormai repubblichini al soldo dei nazisti.

L’armistizio libera tutti
Necrosi avanzata d’organismo fiaccato da metastasi autocratiche, l’asse attese l’apoptosi cui destinata. Regimi censuranti paure e differenze girarono sul fianco pronte al sonno eterno: adolphiani, camicie grigie che di alterigia fecero coraggio cercarono rifugio lontano dai battaglioni americani. Uno scodizolo scombinato che dette a processi e giudizi veloce conclusione: l’appello sospese dunque la pena della banda e nel 1945 liberò tutti.
Da ladroni a partigiani
Fuga, cambio di casacca, partigianesimo per convenienza: tumida goccia che dal viso cola al collo, traspare la fandonia del mendace d’onore privo che dettesi nome di battaglia da sfuggire al postumo giudizio. Nacque il C.L.N e tra le fila dei resistenti armati s’intrufolarono i ladroni, la liberata banda dei vitelli che decise di far del ribaltone un buono per gli affari e chiudere i conti aperti.

L’omicidio del brigadiere-partigiano Scotti
Indimenticabile quello Scotti che di loro fece delinquenti condannati: bussarono alla casa, il 14 febbraio. Ormai provato il ruolo partigiano, inscenarono un penoso atto: J’accuse! L’accusarono di essere una spia al soldo dei nazifascisti, di essersi appropriato della carne sequestrata. Venne prelevato, sequestrato e torturato. Seduto nudo su una stufa rovente, gli occhi cavati ancora invita e solo un colpo di pistola alla nuca ne fece un martire. Servì il becchino, Federico Musso detto Dandaninni, per seppellire resti resi stracci: sotto una tomba già occupata, marcì l’accusatore ingiuriato e rubato alla famiglia.
Carmine Scotti fu la prima vittima del “mostro”? Un nuovo frettoloso processo parve l’ennesima sbrigativa imbastitura per non attribuire responsabilità. Tartassato Dandaninni, il becchino condusse Armando Grandi, Maresciallo, al cadavere dissacrato scordandosi colpevoli e condanne.
Come un drappello di manigoldi assassini potesse confondersi con un serial killer ancora non è chiaro. Il passo successivo, certamente, potrà fornire maggiore chiarezza.

Mostro di Bargagli o banda dei vitelli? Come tutto ebbe inizio
Fughe e ritirate: l’erezione totalitaria del primo ‘900 sdilinguò mesta mentre rese e accordi salvarono i patrimoni guadagnati. Anche Paul Drews, ufficiale della Wehrmacht, optò per un atteggiamento oculato: trasferì ori e denari su due camionette naziste al fine di destinarle a ignoti, quieti lidi. Un trasporto eccezionale fornito di scorta perché assieme ad una cassa di lire italiane fuori corso.

Partite da Piacenza, scortate da un ingente numero di soldati, giunte a Pannesi di Lumarzo (vicino Bargagli), le camionette dovettero deviare: troppo stretto quel percorso e i mezzi abbandonarono il seguito addentrandosi nel bosco della Tecosa. L’imboscata partigiana colpì subito dopo, razziando, uccidendo tutti. Anche Drews.
Il sacco svelò i beni del defunto ufficiale assieme a denaro formato 70per80 ancora da tagliare: decine di metri. Banconote della riserva numeraria della Banca d’Italia (provenienti da Genova), sterline d’oro e preziosi razziati agli ebrei (provenienti da Chiavari). Il tutto per un valore di oltre 130 milioni di lire di quel tempo, pari a circa sette-otto milioni di euro attuali.

i Falsi storici sul mostro di Bargagli
Grazie al professor Eugenio Ghilarducci, medievalista residente proprio a Bargagli dal 1980, emersero falsi storici, confusioni e false riproposizioni della realtà. Lo storico si avvalse della preziosa collaborazione di Henrike Leonhardt, amica di Monaco di Baviera, la quale riuscì ad ottenere dal governo tedesco i documenti della guarnigione che in quegli anni era di stanza nella provincia di Genova. Venne quindi a conoscenza dell’identità di quei sei o sette individui configurabili come banda dei vitelli di cui tutt’ora tace i nomi.
Procedendo verso la corretta riproposizione della realtà fattuale, è necessario principiare dall’episodio del saccheggio.

Rebus sic stantibus
Il giorno esatto non fu il 19 ma il 27 aprile 1945, dì della resa nazi-fascista agli americani: una colonna di circa 3000 persone, 800 tedeschi e il resto italiani, mosse verso Maxena di Bargagli per essere presi in custodia dagli alleati. 6 camionette al seguito, non 2, contenenti circa 60 milioni di lire in banconote stipati in cassette militari del tipo portamunizioni. Due imballaggi per mezzo militare, denaro in formato di mazzette o rotoli da mille o cinquecento lire recanti la dicitura “Riserva numeraria Banca d’Italia”. Dieci milioni di lire a vettura.
Presso Pannesi di Lumarzo risultò inevitabile l’abbandono dei mezzi nonostante valori contenuti: la strada strinse fino a rendersi infatti inaccessibile alla loro mole. Sostarono 5 camionette, la sesta si trovò per errore su un percorso sbagliato.
A conoscenza dell’avvicendamento delle truppe nazi-fasciste, i partigiani ne seguirono i movimenti e al momento della sosta perquisirono i mezzi. Furono però i membri della banda, infiltrati in quel commando, ad asportare il denaro agli occhi della numerosa popolazione intervenuta. Lo stratagemma utilizzato fu quello di sostenere che il denaro requisito fosse carta straccia, fuori corso legale e che lo avrebbero quindi bruciato.
La sesta camionetta trasportò oro e preziosi ottenuti da razzie alla comunità ebraica di Chiavari ed altro denaro appartenuto alle Brigate nere e fu essa effettiva vittima dell’agguato. Su questo sesto mezzo si sarebbe trovato anche Paul Drews, deceduto quindi nel corso delle “operazioni militari”.
Il valore stimato dell’intero saccheggio appare di circa 80 milioni di lire, un tesoro dal valore inestimabile.
Rebus sic stantibus.
Null’altro pare necessitare di alcuna revisione: da questi accadimenti si delineò una concatenazione di eventi che, privati di una origine comune, possono apparire come attività d’un seriale mai identificato.

Soldi a palate
Il 19 aprile 1945 partigiani e delinquenti si impossessarono di una quantità di denaro dal valore impensabile, una fortuna che mosse e ingenerò bieche, subdole strategie-desideri : gli infiltrati, facilmente seguiti da altri uomini della resistenza, quella notte spartirono il denaro recuperato presso Sant’Alberto di Bargagli.
Quanto finora riportato, emerge dalla lucida lettura d’un passato distinto da definibili concatenazioni la cui ricostruzione storica stende un lembo d’ombra sulla variabile serial killer: appaiono correlazioni tra i caduti perchè testimoni non reticenti o piuttosto scomodi conniventi. Entrambe le alternative configurarono onerosi investimenti per un profitto cui detrarre rischi e associati. Seriamente improbabile, appare l’ipotesi che la lunga scia di delitti da “colpo del macello” provenisse da un singolo individuo. Tenterò ugualmente uno stuzzicante “gioco del profilo seriale” eviscerando prove a sostegno o contrarie, stilando ipotesi, seguendo teorie.
Vado quindi a suddividere l’agito dell’offender in tre momenti: soffermandomi sul periodo di raffreddamento emozionale ho delineato un periodo post bellico, uno concentrato negli anni della guerra fredda e quello conclusivo degli anni ’80.

Il periodo post-bellico del Mostro di bargagli
A quattro giorni dall’assalto, il 24 aprile 1945, comparirono i primi segni del mostro di Bargagli: prime vittime, quattro partigiani trucidati a colpi di mitra in una villetta a Sant’Alberto di Bargagli. A seguire la morte, forse accidentale, di altre quattro persone balzate su una mina anticarro “dimenticata” nella piazza di Bargagli il giorno seguente.
Al termine di quell’anno le vittime del mostro o della banda furono già 9, se alle precedenti si aggiunge il brigadiere Scotti. Altri sei anni trascorsero perchè la cittadina fosse nuovamente sotto assedio: anni di fortune, investimenti e benestanti d’improvviso! Apparvero ricchezze un tempo solo immaginate a famiglie ben mirate. Mormora il paestotto, parla del denaro fregato ai nazisti, di quelle casse tutti sanno ma nessuno dice.

Il becchino senza fossa
E se a morire fosse il becchino? Caduto in un burrone, Federico Musso giacque sul basso del pianoro con la testa fracassata. Forse un incidente, non fosse per lesioni identiche a quelle di una spranga. Quest’ultima consta solitamente in una barra di metallo, dritta o ricurva, all’occorrenza utile per differenti necessità: questo lo strumento prediletto dall’assassino/i sferzando il “colpo del macello”. Una poderosa mazzata inferta sul cranio, preferibilmente sulla fronte, usata dai macellai più abili per mettere fine alla vita di maiali, vitelli e manzi.
Non un’unica arma per il mostro di Bargagli: pistole, fucili e attrezzi d’armaioli da battaglia, simili a quelli adoperati in guerra.

Gli Omicidi del mostro di Bargagli: da guerra fredda
Onirico il sangue, condusse l’orco al tiepido alveo: due volte quattro, gli anni di quiete fino alla veglia. Fragili foglie d’autunno, caddero esseri appesi a ganci da carni.
Il 17 dicembre 1969, la ex staffetta partigiana Maria Assunta Balletto spirò uccisa a sprangate seguita il 21 aprile 1971 dal campanaro del paese, Cesare, detto Ce, Moresco anch’esso giustiziato con colpo del macello.
Che tale orrore passasse in sordina alla forza pubblica apparve grottesco e grossolano. Un filo conduttore, che da un mostro condusse alla banda, al denaro nazista e all’assalto. L’abitazione del Moresco è perquisita: vicini alla chiesa, due sono le vittime. Poi i partigiani: due le tipologie preferite da chi del colpo fece macello. Ma ancora mancano gli amici, i parenti dei defunti: quasi fosse una rappresaglia.

Defunti ed immemori
Vittima sopravvissuta del mostro sarà infatti Maria Ricci: amica stretta della Balletto, trovò il corpo della ex staffetta e sarà anch’essa aggredita a sprangate 24 settembre 1971 salvandosi miracolosamente. Purtroppo per gli inquirenti una casuale “perdita di memoria” farà si che nulla ricorderà della aggressione.
Il 13 novembre 1972 sarà il turno del giardiniere di casa Drews, al servizio della baronessa. Girolamo Cannobbio, detto Draghin, sopravvisse ad un tentato omicidio quello stesso anno: anch’esso perse la memoria! Non sazio, il mostro terminò l’impresa con il colpo del macello. Rileva sottolineare che anche il Cannobbio fu ex staffetta partigiana e dipendente della moglie del nazista. Come se un ex partigiano al servizio della moglie d’un nazista non fosse già abbastanza grottesco.

Superfluo sottolineare come da una sì ruvida tela omicidiaria trasparisse il volto del “mostro di Bargagli”: un uomo solo, della zona, forse nascosto sui sentieri della via del sale. Un edonista probabilmente: uccide per il puro divertimento, anela il contatto con il sangue, vedere, spiare la vittima. Assente l’approccio sessuale, è dunque un sadico. Refrattario alle regole sociali, segue un moto d’incostante impulso la cui cadenza pare ritmica e non casuale. Bargagli trema e teme, sospira sospetti e occulta ricordi. Decenni estorti d’uomini e donne induttori d’un circuito assassino cui sono gli anni ’80 spensero l’interruttore-tolsero corrente.
mostro di Bargagli o Banda dei Vitelli? Gli ultimi “colpi” degli anni ‘80
Due anni dopo fu la volta di Giulia Viacava “Nini”, amante di “Draghin”, uccisa a sprangate il 23 marzo 1974 nella stessa strada dove venne trovato il suo amante.
L’inchiesta e l’ostruzionismo del P.C.I.
L’inchiesta partì in quel momento: il sostituto procuratore Luigi Carli concentrò la propria attenzione su Pietro Cevasco, anch’esso amante della inconsolabile Viacava e su Francesco Pistone detto “o’ bregadè”. Fondamentale sarà l’operato del P.M. durante gli anni di piombo; suo il merito per la condanna della colonna genovese delle Brigate rosse.
Pistone, un ex Carabiniere di 65 anni, entrò in clandestinità nel 1944 dopo una denunciata diserzione: divenne quindi un membro delle Squadre d’azione partigiane. D’imprescindibile interesse, il P.C.I. svolse un ruolo preponderante nella vicenda: Luciano Boleto, sindaco di Bargagli e proveniente dalla estrema sinistra, oppose una fervente resistenza all’inchiesta che stette per coinvolgere ex membri della resistenza. Ciò concluse l’indagine a pochi passi dalla sua apertura: l’oblio fumoso che avvolse i saltimbanchi del macello confuse prove e testimoni, portando con se il primo sospettato colto da improvvisa impellenza suicida. Pietro Cevasco fu trovato impiccato il 25 gennaio 1976 in una dinamica che subito seppe di simulazione fatta per tappargli la bocca.

Veglia e sonno, moto e quiete. L’ultima alba del mostro di Bargagli arse Carlo Spallarossa, ucciso dal colpo del macello e gettato da dirupo il 18 giugno 1978. Due anni dopo, Carmelo Arena morì trafitto da una grandinata di proiettili.
Dove tutto ebbe inizio
Scese il crepuscolo e poi la notte con Anita De Magistris, baronessa vedova di Paul Drews e tenutaria della villetta in in cui lavorò il defunto Cannobbio.

Anziana signorotta, detta “la tedesca”, cantava e dirigeva il coro della chiesa di Santa Maria Assunta. Pochi sono i luoghi di culto a Bargagli e non stupisce che fosse la stessa chiesa del campanaro Cesare Moresco.
Insegnante di pianoforte, direttrice del coro, visse in una timida villetta a ridosso del bosco della Tecosa. Ragioni occulte segnarono quell’inaspettato trasferimento a Bargagli anni prima? Balbettii di popolo sostennero stesse componendo un’incomoda ballata, versi ritmici che cantati svelassero il mistero sulla morte del brigadiere Scotti e la verità sulla banda dei vitelli.
Suoi i preziosi contenuti in una delle casse sottratte, suoi i gioielli, suo il marito, suo il cranio spaccato da una sprangata in mezzo alla fronte il pomeriggio del 30 luglio 1983.

LA MORTE DELLA BARONESSA anita DE MAGISTRIS
Davanti alla chiesa, sostò la Volskwagen azzurra della De Magistris. Diretta al portale, la tedesca tolse foulard e occhiali scuri. Un giorno terribilmente caldo quello della sua morte, lieto tra mottetti e tetri madrigali. Al calar del sole, il tardo pomeriggio portò flemma e desio di quiete; lenta la manovra di fronte casa, poi il freno a mano e il clangore della portiera. Un braccio la prese e voltò verso l’assassino che calò la mazzata come una frana improvvisa. Morirà 8 giorni più tardi senza riprendere conoscenza.

Il Mostro di Bargagli o la Banda dei Vitelli? L’ultima inutile inchiesta
Il sostituto procuratore Maria Rosa D’Angelo trovò una connessione tra i delitti Scotti, Cannobbio, Viacava e De Magistris aprendo una nuova inchiesta. Brutale assassinio, la baronessa fece si scalpore da ostentare palpabili evidenze trascurate. Nessun mostro ma una mitosi d’omicidi progenie d’opportunità. Rampollo avido e lavico, riottoso a scienza e simmetria che solo molti anni dopo l’operato della D’Angelo struccò il volto. vedrà quasi certamente coinvolto nella politica post bellica e della guerra fredda.

Partigiani per finta
Nuovamente, il comune di Bargagli e alti esponenti del P.C.I. tornarono alla carica tentando di insabbiare l’inchiesta, fallendo. La richiesta è di 12 mandati di comparizione. Il 1 luglio 1984, l’indagine trasse in manette il maresciallo Armando Grandi, l’uomo che rinvenì il cadavere di Scotti grazie al Dandanin: le imputazioni furono di omicidio premeditato e pluriaggravato in danno proprio all’ex brigadiere.
All’iniziale reticenza del Maresciallo, seguirono 14 comunicazioni giudiziarie: riguardarono Pasquale «Pasqua» Buscaglia, membro della Volante Partigiana, medaglia d’argento della Resistenza; Francesco «o bregadé» Pistone, il traditore di Scotti; Dino «Pierre» Spallarossa, membro delle Squadre d’Azione Partigiane (Sap); Orfeo «Fuoco» Cavelli, membro Sap; Silvio «Pirri» Ferrari, capo della Volante Partigiana; Alfredo «Fredin» Olcese, ex partigiano; Renato «Cillo» Olcese, suo fratello, ex partigiano; Ercole Nirso; Giovanni Bruni Mezzadra; Amedoro «Medoro» Cevasco, macellaio e membro Sap (il suo nome viene menzionato nella ballata sulla «banda dei vitelli»). Il giorno seguente, toccò ad Angelo Cevasco altri quattro membri della famiglia Cevasco: Enrico «o merlo», Virgilio «o rango», Attilio «o carrega» e Valerio.

Il 6 luglio vengono eseguiti i primi sei mandati di cattura nei confronti di Buscaglia, Spallarossa, Calvelli, Ferrari, Amedoro e Attilio Cevasco per «omicidio premeditato e pluriaggravato nei confronti dell’appuntato Carmine Scotti». Tre giorni dopo Emma Cevasco, lontana parente della stessa famiglia si uccide buttandosi giù dalla finestra. Abitava proprio di fronte alla casa di Carmine Scotti.
Alcuni di essi dichiararono l’avvicendamento nella Resistenza soltanto per convenienza, dedicandovisi soltanto cinque giorni prima della Liberazione.

Indulto libera tutti
Il clima d’improvviso acceso si fece infuocato: Renato Olcese, sotto interrogatorio, raccontò come la sua abitazione divenne il contesto scelto per torturare ed uccidere l’appuntato Scotti. Contemporaneamente qualcuno appiccò il fuoco alla sua palazzina e solo grazie all’intervento del fratello la vecchia madre non perdette la vita.
In una vicenda troppo spesso insabbiata, non mancò il finale scontato: l’insperato indulto tolse dagli impicci gli autori di reati commessi prima del 1953. Tutti a casa quindi, escluso il sospettato numero uno. Francesco Pistone s’appese per la testa, come altri prima di lui, il 20 marzo 1985 e del mostro di Bargagli nessuno seppe più nulla. Qualcuno infine dirà che tutto quel soldo finì nelle casse del P.C.I.
23 morti ufficiali, di cui altri 4 saranno inseriti nella lunga lista anni dopo, rimarranno senza un colpevole, nonostante molti sapessero esattamente chi fossero i componenti della banda dei vitelli.
Ad oggi sono tutti all’altro mondo.

Analisi criminologica de Il Mostro di Bargagli
Ineluttabilmente, patrocinio di mera dialettica deduzione sono a classificarsi le disamine a seguire. “Mostro di Bargagli” fu l’appellativo appioppato da cronisti e reporter presumibilmente in conseguenza dell’ingente numero di decessi privi d’un movente verificatisi tutti presso un comune (ad oggi) di appena 2.500 abitanti. Capziosamente induttiva, l’ipotesi dell’inafferrabile serial killer fu assurta a moltiplicabile matrice sostituibile ad una soffusa, occulta trama.

Una vittimologia ricorrente: uomini e donne di età media, ex militanti della resistenza. Parenti d’essi e consanguinei, addensano un tematica assai gradita: partigiani al congedo e impiegati della religione sono gli obiettivi preferenziali. Epicentro è Bargagli, comune stremato dal discontinuo stillicidio ingenerato da un soggetto infuso di tematiche disorganizzate: assalti con arma bianca, preferibilmente alla fronte e indifferentemente portati di giorno o al favore delle tenebre. Arnese adoperato e bersaglio anatomico prediletto, assicurano copiosa perdita ematica e saldo contatto con la vittima. L’aggressore è spavaldo, può apparire come mosso d’improvviso desiderio, non teme il contatto anzi lo anela e può godere della sottomissione o dolore inferto. Maldestri occultamenti, assenti depistaggi, assenti aggressioni, attenzioni sessuali o staging configurano omicidi quali esecuzioni.

Periodo di raffreddamento emozionale
Rilevante appare soppesare il periodo di raffreddamento emozionale (cooling off period): l’offender perviene al soddisfacimento dell’impulso, quieta la carica emotiva, ritornando al “normale” stile di vita. La necessità, l’istinto, l’attrazione alla commissione del reato è profusa d’ogni inconscio o consapevole pretesto. La fase d’impeto, sia essa organizzata o disorganizzata è pregna d’una simbologia ricorrente, un ritualismo impellente che esauritasi conduce ad una fase di stasi, parte purtroppo d’un processo circolare destinato all’auto ed etero distruzione. Che dal cerchio sia tolto il senno e il divino ritornare pare legge d’assassino.
Ricordando lo sconosciuto Zodiac o Maurizio Minghella, l’assassino attende pochi giorni, alcuni mesi o addirittura parecchi anni tra un crimine e il successivo. Criminologicamente, la fase letargica sovviene una volta raggiunta la meta oggetto di pulsione, mentre il risveglio è scaturito da perdite, traumi, decessi o separazioni.

mostro di Bargagli? Sarebbe stato un Missionario disorganizzato
Qualità e caratteristiche suggeriscono un serial killer di tipologia missionaria (l’uso delle armi da fuoco ricorda Ferdinad Gamper) oppure mosso da puro piacere per l’omicidio quindi edonista per piacere. Dinamica, freddezza, carenza di contatto emotivo con la vittima potrebbero infine suggerire un dominatore.
Legami tra le vittime, appartenenza all’ambito religioso, trascorsi da partigiano rafforzano la descrizione di un serial killer missionario disorganizzato con bassa scolarizzazione e reddito, non estraneo a relazioni sociali ma in disparte, solitario, restio a legami intensi. Operaio salariato o artigiano, risiede fuori dal comune.

mostro di Bargagli o Banda dei Vitelli? il mostro immaginato
Insostenibilmente, tale ricostruzione rileva incalcolabili precarietà permeate da indefettibili circostanze probatorie: accadimenti, determinati e determinabili, costituiscono un dato storico empiricamente provabile sostenuto da testimonianze e documentazione. Una trama storica sostenuta da moventi, attori, comparse e vittime tutte legate dal filo conduttore quanto del denaro tanto dell’omertà. S’affloscia il dormiente missionario disorganizzato, sfuma qualsiasi altra ipotesi.
Bersagli ed agito difettano di casualità, il conscio sovrasta l’inconscio: ecco quindi divenire lampante l’evento trasversale che unì le vittime e reso manifesto (almeno in parte) il movente, fornì un differente approccio alla scelta delle armi, predilette per praticità, disponibilità, destrezza. Se “l’amor che move il sole e l’altre stelle” sono “quattrini e gruzzoletti a spinger l’omo a dar di morte a chi gli paia”.
Chiudo e vi lascio con la certezza che niuno abbia ucciso perchè assassino seriale. Uomini e Stato, denaro e ingordigia, con una storia che si ripete.

Spirto indomito di popolo oppresso, s’erge gagliardo e doma la bestia. Ma ancora lo male s’annida bastardo, s’appressa, trucca e tace le genti. Silente svanisce e more per sempre.
SUGGERIMENTI DI LETTURA IN MERITO ALL’ARTICOLO Sul mostro di Bargagli
Se ti è piaciuto questo articolo sul Mostro di Bargagli e desideri continuare a esplorare questo oscuro universo, non perderti i miei articoli della rubrica “Ritratti Seriali“, che svelano i segreti e le gesta di individui come “Pierluigi Corio, il serial killer che uccideva gli amici”: Conosciuto come il “Fregoli di Bergamo“, Corio era un serial killer edonista che terrorizzava uccidendo i suoi stessi amici. Scopri i misteri e i dettagli di questo caso che ha lasciato molti interrogativi irrisolti. Un altro degno di nota è ovviamente “Maurizio Minghella, il serial killer delle prostitute“: un serial killer sadico e disorganizzato, Minghella ha commesso omicidi brutali su otto vittime femminili nel corso di oltre due decenni. Scopri la storia di terrore e orrore dietro questo individuo disturbato.
Oppure esplora le storie avvincenti e misteriose dei “Delitti di Provincia“, ti guiderò attraverso casi di omicidi poco noti al grande pubblico, dal movente all’identità del colpevole, dalle indagini alla risoluzione del caso. Approfondisci le intricanti vicende e le personalità coinvolte, immergendoti in veri e propri gialli da rotocalco che hanno sconvolto gli anni passati.
Ti offrirò uno sguardo approfondito sui dettagli dei crimini e sulle tecniche investigative utilizzate per risolverli come per “Il Giallo di Villa Sassone – Il caso di duplice omicidio di Mornico Losana che ha Sconvolto gli Anni ’60“: Un vero e proprio noir da rotocalco che ha infiammato le cronache degli anni ’60, con una trama intricata e personaggi enigmatici. Un’altra storia macabra è quella del “Pippone di Varzi, ultimo impiccato della storia d’Italia“: Il mistero avvolge l’accusa e la presunta colpevolezza di Giuseppe Malaspina, conosciuto come Pippone di Varzi, per lo sterminio della famiglia Tamburelli nel 1863. Ultimo ma assolutamente non meno importante è “Alberto Scabini, Il borgia di Montù Beccaria“: un caso di omicidio plurimo tramite avvelenamento accaduto sui colli dell’Oltrepo’ pavese negli anni ’70, che coinvolge una famiglia e una lotta per l’eredità.
Sembra un romanzo noir, un romanzo storico sfumato in miseria e atrocità di una guerra dove tutti sono vittime e carnefici.
Minuziosa la non facile ricostruzione storica. Appassionato il rapporto che Curti riporta di un epoca dell’ Italia traditrice e tradita, esaltata e distrutta. Sembra la genesi di come nacque la mafia in un sentiero di nidi di ragno partigiani.
Difficile distinguere tra vendette, giustizie sommarie o assassinii cercati con i senza movente.
Al nascente partito una buona dote era necessaria e una sposa ‘partigiana anche se non illibata’ faceva comodo …
Grazie all’ Autore
Una storia che si distacca da quelle sino ad ora considerate che mostra come l’autore riesca a coniugare l’aspetto storico a quello criminologico. Il racconto trasporta il lettore in un mondo di miseria e vendetta che porta in sé i semi di una realtà che si realizza, purtroppo e con modalità simili, ancora oggi, tristemente
Complimenti all’autore per aver portato alla ribalta una serie di fatti misconosciuti, legati a periodi oscuri della nostra storia recente. Come sempre, le vicende analizzate dal criminologo sono proiettate su uno sfondo socio-culturale che rende la narrazione ancora più ricca di spunti di riflessione e interessante da più punti di vista. Un lavoro a tutto tondo che suscita parecchi interrogativi.
Complimenti al Dott. Curti. Come sempre un lavoro ben strutturato ed interessante. Il contesto storico in cui è inserito, rende questo lavoro particolarmente interessante.
Il contesto storico, l’accurata ricostruzione, la scrittura lucida rendono la lettura interessante e piacevole. Complimenti all’autore per aver saputo coniugare in modo equilibrato tutte queste componenti.
Dott. Curti, a quando un podcast sui profili dei serial killer?come sempre avvincente, complimeti