Maria Luigia Redoli, la Circe della Versilia. Amante, follemente innamorata di uomini e divertimento. Concupita e truffata da chi dell’incerto avvenire predisse smazzando carte, s’invaghì del giovane Carlo, bell’imbusto a cavallo.

Figli adulterini squinternati, cene e spese folli, tutto alle spalle del vecchio Iacopi, l’usuraio, che tanto santo non fu nemmeno lui. Tradimenti, prodigi e magia nera tra denaro e infelicità di una famiglia che mai vide l’amore.

Maria Luigia Redoli

La donna dai capelli biondo platino

Maria Luigia Redoli ebbe genitori toscani ma nacque a Torino nel 1939. Dopo il Liceo classico abbandonò la facoltà di Medicina: preferì sfruttare la propria bellezza che sudare su libri e manuali.

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Rimase in attesa, in cerca dell’uomo ricco, l’abbiente che garantisse gli agi alto borghesi e a vent’anni, nel 1986 tornando in Toscana conobbe Luciano Iacopi, un rude contadino straricco 20 anni più vecchio di lei.

“Lui sul suo macchinone, tutto tirato a lucido sembrava un boss. Mamma mia, dissi, questo dev’essere pieno di quattrini”

Una giovane donna, conscia della propria avvenenza e desiderata, immersa nella Versilia degli anni ’90 e un uomo duro, attaccato al lavoro, dal sapore di terra arida decisero comunque di formare una famiglia. Incolmabili distanze e motivazioni inconsistenti convissero sotto un tetto sempre troppo piccolo e fragile: Maria Luigia volle e Luciano dette, nulla negò alla moglie fuorché esaudire il più ambito desiderio, la famiglia.

Se mio marito fosse stato uno che poteva creare una famiglia, io penso non lo avrei tradito. Invece mio marito era così, non poteva ingenerare. Quindi io per i miei figli, per avere figli, mi sono messa contro tutti.

Tamara e Diego Iacopi durante il processo

Fiorirono dunque amanti e notti calde, scappatelle infrattate e torbidi silenzi. Bugie. Come quella su Tamara e Diego: nati dall’ex Maresciallo dei Carabinieri, non dal marito. Gasparello, così era conosciuto Luciano Iacopi, all’oscuro di tutto crebbe quei figli come suoi. Tamara conobbe la verità a 15 anni, Diego dovette scoprirlo dai giornali.

“Lei non gli voleva bene a quest’uomo, allora io le dissi: guarda, Tamara, non fare delle cose, piangere, sbattere la testa contro il muro. Non è tuo padre.”

Separati in casa, estranei sotto lo stesso tetto collezionarono tradimenti e frustrazioni mentendo, fingendo reciprocamente di non sapere. Fratture divennero crepe, i silenzi muta accettazione.

Maria Luigia e Carlo Cappelletti

L’ultimo amante, Carlo Cappelletti

13 maggio 1989. La cinquantenne Maria Luigia a 50 anni rimase una donna avvenente e infantile, attratta imprescindibilmente dal dolce far nulla: capelli corti platinati, pelle abbronzata, temperamento forte e carattere esuberante. Sempre al centro dell’attenzione, notò quel carabiniere durante il “carosello” del quarto reggimento dei carabinieri a cavallo. Carlo Cappelletti sfilò fiero davanti a lei: un marcantonio di quasi due metri originario di Norma, natali da aitante contadino. Come si dice, braccia rubate all’agricoltura. A Norma lo definirono un tontolone, buono e con il terrore del sangue, tanto corteggiato quanto impacciato con l’altro sesso. Maria Luigia prestamente s’accaparrò il giovinastro, ultima preda a crollare tra le braccia della donna.

“Probabilmente era una cosa estiva, così. A Cappelletti penso siano piaciuti i soldi. Si vantava con gli amici, mi chiamava bella cavalla sempre in calore”

Night club, balere, discoteche, locali e costi inaccessibili all’ultimo toy boy. Folli notti di provincia a spese della Redoli, o meglio, del signor Iacopi. Impossibile il marito ignorasse quel grottesco sventolio di ormoni cui la prole fece da contorno. Moglie, figli ed amante, una finta famiglia sgangherata in perenne movida che del pudore non conobbe il senso; tanto solcarono i viali di Forte dei Marmi da usurarne il lastricato, sempre insieme. D’altra parte, lo stesso Luciano ebbe il suo daffare: una amante fissa da diversi anni e una garçonnière, rifugio per scappatelle d’ogni sorta .

Il cadavere di Luciano Iacopi

Il delitto della Versilia

17 luglio 1989, due mesi dopo l’inizio della relazione. Il clan Redoli, composto da Maria Luigia, Carlo e i giovani Tamara e Diego (all’epoca 16 e 14 anni) siede giocondo ai costosi tavoli del ristorante dell’Hotel San Domingo, a Forte dei Marmi. I ragazzi sbafano tagliatelle mentre la coppia cena amoreggiando e appagando pruriti ed appetito.

Alle 21,30 un profitterol annuncia il momento del trasferimento alla discoteca “La bussola”, località Focette: alle 22,00 sono i primissimi clienti. La discoteca è ancora deserta, impossibile passare inosservati al personale in attesa, soprattutto quel ragazzone che porta il gesso alla mano destra. Bagordi e balli scatenati sulle note di “She drive’s me crazy” dei Fine young cannibals, bagnati da schizzi di angelo azzurro fino alle 01,30, quando Cappelletti è riaccompagnato al San Domingo. Sulla via di casa, attorno alle 02.10 intravedono la discesa che lenta si illumina dei fari in avvicinamento: scendono la rampa fino all’ingresso del secondo garage che, una volta spinte le grosse ante in metallo, mostra il corpo di Luciano Iacopi, abbandonato esanime nel rosso subisso ematico.

I due garage di casa Iacopi

Steso accanto al varco d’accesso ai piani superiori, davanti ad un grosso freezer quadrato, è bocconi ormai privo di vita, accoppato de 18 coltellate. Macchie di sangue ovunque, vicino alla sua Land Rover, al pianerottolo che porta all’appartamento e verso l’esterno del garage: piccole gocce di sangue.

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Lapidaria e frettolosa, Maria Luigia salta in auto e annuncia la tragedia ai figli cui impedisce di muoversi o avvicinarsi al padre, dato per morto certo senza alcuna valutazione concreta e spinge, accelera arrivando alla più vicina stazione dei Carabinieri. Ha qui inizio la vicenda di cronaca che tanto si tinse di rosa amore e rosso sesso, d’odio nero e malefici scarlatti conosciuta come “Il giallo della Versilia” o “Il delitto della Versilia”.

Il cadavere di Gasparello tra il freezer e la Land Rover

Arrivano i nostri

Il Maresciallo Giovanni Pudda è vicino di casa della famiglia Iacopi ed il primo a valutare la scena. La vittima è in canottiera, pantaloni celesti e ciabatte di cuoio; il capo guarda verso la Range Rover parcheggiata. Una spaventosa pozza di sangue immerge il cadavere mentre tracce dello stesso si rinvengono vicino all’auto, sul pianerottolo che porta ai piani superiori, verso l’esterno e sul gradino esterno. Una nitida impronta digitale intinta di sangue imprime la maniglia della porta: impossibile rilevarne i contorni a causa delle cancellature da sfregamento. Assenti tracce di calpestio, assenti tracce di sangue anche nell’appartamento superiore.

Foto della Polizia scientifica dell’impronta sulla maniglia

Omicidio probabilmente premeditato: l’assenza di rilevanti prove compromettenti, dell’arma del delitto e di manomissioni a porte o finestre conduce a ritenere l’assassino come un individuo preparato. Lungi dall’avvicinarsi al cadavere, la moglie porta all’attenzione dei Carabinieri l’assenza del portafogli, contenente 1.200.000 lire e dell’orologio. Motiva la sospetta informazione sostenendone la facile identificabilità a causa dal cospicuo spessore dello stesso, sempre traboccante denaro, il cui esatto importo le è noto perchè proprio lei avrebbe riscosso un’affitto dell’importo di 700.00 lire nel pomeriggio.

Parte inferiore del corpo della vittima

La porta chiusa

La porta tramite la quale si accede ai piani superiori è aperta, macchie di sangue si notano fino al terzo scalino; al termine delle scale un’altra porta conduce direttamente in tinello ma è chiusa. Proprio su questa porta si concentreranno le indagini e diventerà essenziale per la risoluzione del delitto: essa è chiusa dall’esterno, il mazzo di chiavi appartenenti al defunto sono infatti sulla mensola posta all’ingresso. Iacopi era entrato in casa usando le chiavi e posandole su di essa; azionato il condizionatore e accesa la luce, si era tolto la camicia e chiamato l’amante. Sceso in garage, lasciava la porta aperta senza prendere le chiavi dalla mensola: qualcun altro aveva chiuso la benedetta porta con quattro mandate, certamente non lo Iacopi defunto.

Solo chi aveva chiuso quella porta poteva essere l’assassino.

Molte le ricerche per rintracciare l’arma del delitto che mai verrà ritrovata.

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Immediatamente le indagini sventrano le vite dei protagonisti. La vittima, Luciano Iacopi detto Gasparello, ha fama di usuraio e nasconde molte relazioni clandestine e vizietti. La moglie, Maria Luigia Redoli, vive alle spalle del marito collezionando amanti, intrattenendosi compulsivamente con improbabili maghi e fattucchiere. La figlia, Tamara Iacopi, occulta un piacere perverso. L’amante, Carlo Cappelletti, cavalca l’onda e non solo quella. Il paese, Forte dei marmi, dichiara forte antipatia per il defunto la cui morte ha cancellato debiti ad usura e molto altro. Solo il figlio Diego appare estraneo da ogni coinvolgimento ma molti, troppi potrebbero avere avuto interessi nel commettere questo omicidio.

Tracce di sangue che portano verso l’esterno

L’usuraio

Lussurioso, desideroso di donne e denaro, Luciano Iacopi. Per molti aspetti analogo all’ebreo Shaylock, usuraio comprimario del dramma shakespeariano “The mercant of Venice” (Il mercante di Venezia). Si narrò che non volendo spendere alcunché, abbia provveduto al funerale del padre caricandosi la bara in spalla, di notte, marciando solitario verso il cimitero. Ricche sono le “avventure” del Gasparello, valsero circa 7 miliardi di lire in rendite tra terreni, ville, negozi e case.

Luciano Iacopi, Gasparello

Inviso a molti, batteva le strade in motorino per riscuotere gli affitti e recuperare i denari concessi in usura, un patrimonio accumulato con cervello e cuore di ghiaccio, spietatezza e fegato d’oca grassa. Che fosse uno strozzino fu fatto rinomato, vendicativo, alla sua morte in molti festeggiarono: prestiti diventarono doni, affitti in ritardo concessioni a lungo termine e infine tutte le dozzine di cause per calunnia, diffamazione, sfratto finirono ad essere archiviate.

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Una festa di paese la morte di Luciano Iacopi, a detta di tutti un uomo antipatico e insopportabile.

Shylock rappresentato in un antico dipinto

La garçonnière

Il ricco Gasparello, lo Scrooge di Forte dei Marmi, era anche un libertino concupiscente. La vecchia casa colonica rinacque a garçonnière, postribolo da concubinaggio e smutandate, intrallazzi guadagnati con a pazienti getti d’inchiostro: imbottì le irte coperte quadrettate grazie ad annunci pubblicati su quotidiani in bianco e nero. Uno scorcio sconcio a due piani perfetto per un film di Tinto Brass, la colonica è una specie di grosso cassetto pieno di mutandine, riviste pornografiche e centinaia di lettere di donne.

Dodici persone circa al suo funerale. Su tutte spicca la bionda patinata moglie, avvenente e pettoruta, nascosta tra i grossi occhiali scuri.

Tamara e Maria Luigia al funerale

Le ultime ore di Gasparello

Sempre in cerca del gentile sesso, Gasparello passò le ultime ore in compagnia d’una donna. Raggiunse Agata, l’amante, a Follonica nella mattinata di domenica: con sè una bottiglia di Champagne. Pranzo casalingo a base di e risotto ai fagioli, tortelli al ragù e spaghettoni al ragù, saltando il secondo e chiudendo con dolce di marzapane e torta di mandorle.

Niente verdure, formaggi o affettati per non appesantire, un trionfo di carboidrati di fronte al quale chiunque avrebbe perso conoscenza ma indispensabile per le pomeridiane ore d’intimità, perdurate fino alle 19. L’uomo salì sul treno delle 19,40 arrivando alle 21,30 a Viareggio.

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Tornato quindi a Forte dei Marmi, parcheggiò la Range Rover, salì nell’abitazione aprendo con le sue chiavi che posò sulla mensola d’ingresso e sedendosi in salotto, dove alle 21,45 effettuò una chiamata ad Agata per avvisarla di essere arrivato: avrebbe bevuto solo una birra per coricarsi poco dopo, secondo quanto dichiarato al telefono alla donna.

Alle 21,45 Luciano Iacopi era ancora vivo.

Maria Luigia, Carlo, Tamara e Diego

Amori al mare: le ultime ore della famiglia Redoli

Se Gasparello trascorse le ultime ore tra placide gozzoviglie, il clan Redoli fece altrettanto. Maria Luigia, Carletto e figli sguazzarono tra i fondali del Lido di Camaiore nonostante l’ingombrante mano dell’amante fosse bloccata dal gesso.

Habitué dell’hotel San Domingo, cenarono la fino 21,30 per fare un sopralluogo a casa, osservata buia dall’esterno. Dirigendosi quindi verso località Focette, al primo stop l’auto incrociò la volante del Maresciallo Pudda il quale abita poco più avanti casa Iacopi.

Alle 22,00 ingresso alla Bussola e uscita alle 01,30 quando ricondussero Cappelletti al San Domingo attorno alle 02,00. Alle 02,10 aprirono il garage incocciando contro il freddo corpo della vittima.

Moventi

Vendetta, omicidio passionale e rapina. Molti i moventi, altrettanti sospetti sparsi in tutta Forte dei Marmi che interrogati risultarono estrani ai fatti. Tutto ricondusse alla famiglia, i cui armadi occultano scheletri di paillettes e spilloni.

Cadaveri che parlano

Prima di chiacchiere e confessioni, ammissioni di colpevolezza e puerili giustificazioni, la scienza sceverò incertezze come il rasoio di Occam. L’autopsia del Dott. Ranieri Domenici rilevò 18 coltellate, di cui due al collo, 10 all’addome e tre agli arti superiori (braccio e mano sinistra). Un attacco fulmineo portato con forza e risolutezza: 3 sole ferite da difesa agli arti dimostrarono l’inefficacia di qualsiasi opposizione.

L’esame autoptico assicurò tre differenti dinamiche. Una prima ipotesi considerò due differenti individui: uno cinse la vittima alle spalle trattenendolo e permettendo al secondo di attingere l’addome frontalmente. Una seconda ipotesi vide un unico aggressore pervenuto alle spalle terminare l’operato da quella posizione. L’assenza di ecchimosi da difesa resero tali ipotesi poco attendibili, fatto che condusse gli inquirenti ad optare un attacco frontale portato singolarmente.

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Dalle analisi eseguite sulle ferite, l’arma del delitto sarebbe un coltello da cucina con un solo bordo tagliente, di almeno 10 cm e largo 3cm; un normalissimo coltello da tavola con bordo seghettato, piccolo e comune. La temperatura registrata sul cadavere al momento del ritrovamento fece ritenere l’orario della morte verosimilmente aggirarsi tra le 21,30 alle 2,00; incrociando tale dato con il rigor mortis (rigidità della salma) si aggiustò il tiro limitando il confine alla mezzanotte.

l’armadio della magia nera

Tanto il cadavere fornì informazioni, quanto la scena del crimine rivelò dettagli ancora ignoti e insospettabili. Perquisita l’abitazione, una volta aperto l’armadio della figlia Tamara, ninnoli di magia nera, feticci e fatture finirono in buste lucide come elementi di prova.

Un limone infilzato da spilli, la fotografia di un uomo e una donna si trovò incastrata in un secondo limone tagliato a metà mentre due foto ritraggono il volto di Iacopi trafitto da spilloni. L’antica tradizione popolare riporta tutt’oggi l’utilizzo del limone infilzato da spilli per fatture “ad odium“.

Caduta a terra, una busta recò scritto: “domani mattina la morte è imminente”. Aspirante sensitiva, Tamara praticò l’occultismo vedendo nel padre l’obiettivo delle esecuzioni.

Maledizione su lamina di piombo per la dea Ecate, impero romano, V sec.

La circe della versilia

Lascito materno. Tamara esibì capelli biondo platino e spessi occhiali scuri. Come stigma, s’appiccicò ad ella quella gravosa, dispendiosa ossessione occulto e cartomanzia che strazia Maria Luigia. Una vera e propria dipendenza che attrasse la madre verso sbrondolanti vaticini, mistiche previsioni, fatture e soprattutto filtri d’amore.

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Salotti pomeridiani lautamente ricompensati con maghetti e manigoldi a spese del marito imperversarono come normali abitudini. Filtri d’amore con la maga Patrizia, al secolo Piera Scazzola, che vide crescere il portafogli a suon di 300.000 lire al giorno.

La signora non riusciva a tenere legato nessun uomo, fermo restando che per me non amava neanche, la signora desiderava fare le famiglie. Il suo intento sarebbe stato quello di rendere schiavi questi uomini per portarli via alle mogli ma insomma non gli è mai riuscito per la verità.

Poi il Mago Lauro Vecoli, cartomante, pranoterapeuta, psicologo, esorcista: lettura di carte o normali sedute di pranoterapia. Nessuna fattura a morte finora, almeno fino all’entrata in scena del compagno della buona Maga Patrizia, il Mago Porticati. Cartomante, veggente, psicologo e bagnino stagionale: lui il massimo accusatore, l’uomo che testimonierà di essere stato pagato per portare il marito al decesso.

Ecco la Circe della Versilia, maga e fattucchiera sedotta dalle fatture a morte.

Maria Luigia Redoli

Tutto ricadde sulla redoli

Raccolte le testimonianze, ascoltato il medico legale e vagliata a fondo quella vita coniugale così fitta di segreti e desideri tutto ricadde sulla Redoli ma prima d’attaccare, gli inquirenti vollero riconsiderare la testimonianza dell’intera comitiva sui fatti di quella sera.

Apparve troppo perfetta, così cristallina da sembrare costruita. Il titolare dell’hotel San Domingo, Vittorio Grazzini, ricordò nitidamente il termine della cena verso le 21,35/40 e il ritorno Cappelletti poco prima delle 02,00. Confermato anche l’ingresso alla Bussola alle 22,00 e l’uscita all’1,30. Tutto confermato, testimonianze concordanti. Quindi misero tutto sotto intercettazione:

“Pensi che Tamara parli? Tamara non parlerà”

Conversazione tra Carlo e Maria Luigia. E ancora, il dialogo riportato in basso si tenne con il mago bagnino Porticati: a parlare sono la Redoli, in prima battuta e Porticati che risponde:

-Hai saputo le cose?- -Si è, so leggere- – Sì, ma centrano mica loro? Sia ben chiaro!- – No, no a me lo dicono- – Eh no è, ascoltami ma… per farci andare quella roba come si fa?- – Ora non mi sembra proprio il caso di muoversi- -No? Perché?- -Poi dopo chiaramente siamo più tranquilli-

Messaggio ambiguo, impossibile desumere elementi probatori certi attribuibili alla donna. A smuovere i sospetti, quel “loro”, interpretato come rimando a ipotetici killer prezzolati al soldo della donna.

Soluzione inconcludente, perchè sarà Cappelletti ad essere condannato come esecutore materiale del delitto: Cappelletti aveva la mano destra ingessata (pollice rotto) ed era destrimane ma si tolse il gesso al ritorno dalla discoteca perchè, sostenne, la caduta in acqua il pomeriggio lo aveva dilatato e gli faceva male.

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Nel gesso non fu trovata alcuna traccia di sangue. L’accusa chiaramente userà questa situazione come gravemente colpevolizzante, dichiarando che il gesso se lo sarebbe tolto. La recisione della giugulare avrebbe macchiato qualsiasi indumento, gesso compreso.

Piera Scazzola, in arte Maga Patrizia

Il processo

L’arresto scattò il 5 agosto 1989, a 20 giorni dal delitto. Il processo per omicidio premeditato a carico della coppia e per complicità nei confronti della figlia ebbe inizio 3 aprile 1990. Stampa, rotocalchi, quotidiani e riviste patinate tutte, scrissero della Circe della Versilia, additata come fedifraga e poco di buono, assassina e soprattutto “puttana”.

Massimi accusatori della Redoli, indovini e veggenti ne fecero stracci per la polvere: la Scazzola testimoniò di riti con sacrifici umani, rituali con rospi e capelli, dicerie e panzane probabilmente, questa come le successive, non supportate da alcuna prova se non dall’infima reputazione dei testimoni. Il compagno Porticati incalzò:

….Io la allontanai da casa, poi dopo sette otto mesi tornò trovando la scusa che la figlia aveva dei problemi d’amore, se io potevo dare una mano. Io la ricevetti in casa e dopo due volte mi rifece la stessa proposta. Mi chiese di fare morire il marito con una fattura…

Impossibile per lui condurre Gasparello sulla barca di Caronte, troppo complesso il rituale, propose quindi un terzo esecutore ma solo per dissuaderla, disse lui. Trascorsi due giorni, la donna reiterò la richiesta cui il mago acconsenti chiedendo, sempre per dissuaderla, 30 milioni di lire di cui ne intascò 15 senza tenere fede al patto. Presente alla consegna del denaro, la principiante Tamara.

Secondo la Redoli fu lui a incalzare, avanzando l’ignobile proposta:

Io non gli ho detto ne sì ne no. Però gli ho dato 15 milioni.

Uno scatto della Polizia scientifica

La versione dell’accusa

Concretamente, l’opinione del P.M. sarebbe che Iacopi sarebbe stato ucciso tra le 21,45 e le 22,05, momento del passaggio davanti a casa della comitiva: in quel breve lasso di tempo, al termine della cena, la coppia tornò a dimora e accedendo dalla rimessa avrebbe atteso la vittima, scesa per accogliere la moglie al rientro. Ad omicidio avvenuto, compiuto alle spalle dall’ingessato Cappelletti, persero alcune gocce di sangue durante lo spostamento al piano superiore.

Tracce di sangue che portano verso il piano superiore

Lavati ma non cambiati d’abito, chiusero la porta con le chiavi della moglie lasciando quelle del marito sul davanzale. Ignote le cause delle gocce di sangue all’esterno, la cui dinamica non fu chiarita come senza spiegazione rimase l’assenza di tracce di sangue sui capi di vestiario: impossibile rimanere estranei a quella copiosissima fuoriuscita ematica la quale certamente macchiò almeno l’esecutore.

Gli inquisiti vestirono gli stessi abiti sia prima del reato, al ristorante, che dopo in discoteca come testimoniato dal personale dei locali. Secondo questa ricostruzione, Cappelletti aggredì impedito dal gesso, anch’esso lindo ma assente la mattina dopo perchè gonfiatosi a causa dell’acqua assorbita al mare.

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Un agguato fulmineo, privo di emotività o incertezze. Calcolato al millimetro, tanto preciso da permettere il lusso ai congiurandi di usare un differente abito durante l’omicidio e rivestire i capi precedenti una volta commesso il fatto: ipotesi del sottoscritto, in quanto fu impossibile non attingere a tutto quel sangue. Movente il patrimonio del marito, la volontà degli amanti di stare insieme e la volontà della moglie di stare senza di lui, l’odio della figlia.

La coppia di amanti al momento della sentenza di primo grado

Il terzo mazzo di chiavi

L’impianto accusatorio puntò sulle chiavi: l’aggressore agì in possesso di esse e chiuse l’appartamento andandosene. Gasparello le dimenticò al piano superiore.

Il terzo mazzo di chiavi nel bauletto

Ipotesi solidissima e sostenibile nel caso esistessero due mazzi di chiavi ma nascosto all’esterno ne tennero un terzo, per le emergenze. Celato in un bauletto nel primo garage, chiuso ma anch’esso fornito di chiave nascosta all’esterno, sotto un detersivo poggiato sul barbecue. Chiavi del garage e mazzo di emergenza rinvenuti negli appositi nascondigli ma imprevedibilmente a portata di chiunque avesse osservato le abitudini della famiglia o ne fosse stato messo al corrente.

Il barbecue sotto cui Gasparello nascose le chiavi d’accesso al garage

Tempi stretti

La strategia difensiva previde due criticità: oltre a quanto appena spiegato, ad un impianto accusatorio indiziario fitto di omissioni, i tempi risultarono drammaticamente stretti. 20 minuti per: tornare, uccidere senza macchiarsi, inscenare una rapina, lavarsi e tornare con i figli consapevoli in auto. 9 i minuti necessari per compiere il tragitto Bussola-casa Iacopi e viceversa. L’omicidio occuperebbe il tempo record di massimo 4 minuti.

La coppia alla trasmissione “Telefono giallo” di Corrado Augias

Salvezza e condanna

17 aprile 1990. La Corte di Assise di Lucca impiegò solo 4 ore ad assolvere tutti. 16 febbraio 1991, dopo solo un anno di libertà, la Corte di Assise d’Appello sulla base degli stessi elementi indiziari condannò i due all’ergastolo e assolvendo la figlia.

La Redoli condotta in carcere immediatamente dopo l’assalto di Cappelletti

L’ultima follia

Una volta condannati, le forze dell’ordine raggiunsero gli amanti, rimasti uniti, per tradurli al carcere di Lucca. Al momento dell’inevitabile, Carlo smarrì la ragione capicollandosi armato di coltello contro la forza pubblica: ferì un agente cui rubò la pistola sparando all’impazzata.

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Gettatosi dal primo piano in un doloroso tentativo di suicidio fu catturato, è condotto in ospedale in barella. Sprezzante, la Redoli salì in auto certa del proprio destino. Nel 1992, la corte dichiarò Maria Luigia Redoli indegna di entrare in possesso dell’eredità cui rinunciò in favore dei figli.

Cappelletti soccorso dopo il tentativo di suicidio

Troppo bravi

Nonostante la condanna i tempi rimasero realmente troppo stretti. La Redoli gridò l’inaccettabilità di una sentenza emessa su prove indiziarie: il legale della donna concentrò le indagini sul sangue della vittima. Dalle foto scattate sei ore dopo l’ipotetica ora dell’omicidio (le 22,00), ognuno poté notare come fosse inequivocabilmente, abbondantemente non coagulato. Avvalendosi di due tentativi e l’ausilio di medici e mezzi scientifici, dimostrò come il sangue, in quella quantità e posizione, impiegasse 4 ore a coagulare arrivando alla conclusione che l’aggressione avvenne non alle 22,00 ma a mezzanotte.

L’esame autoptico eseguito dal Dott. Ranieri Domenici evidenziò formaggio e melanzane presenti nello stomaco ma assenti dal menù del pranzo con l’amante, Agata. Lo Iacopi cenò certamente dopo le 21,45, nonostante avesse confidato ad Agata di desiderare solo una birra. Risulta evidente che l’aggressione non possa essere avvenuta tra le 21,45 e le 22,00 perchè Luciano mangiò dopo.

Maria Luigia Redoli scontò la pena nel carcere di Opera:

“Se c’era la pena di morte, mi davano la pena di morte.”

Maria Luigia Redoli nel 2016

Tamara e Diego mantennero i rapporti con la madre fino al 1996 quando qualcosa si guastò. Tamara difese la memoria del padre durante un programma televisivo interrompendo ogni rapporto con la madre. Entrambi i figli si opposero alla grazia richiesta dalla madre nel 2012 all’ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Oggi Tamara è casalinga e mamma, abita a Forte dei Marmi, Diego è allevatore di cani.

Un destino, il possibile movente, la cartomanzia: sovviene alla memoria la figura di Patrizia Reggiani, soprannominata “la vedova nera” e l’omicidio Gucci.

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Dopo 24 anni di carcere la Circe assaporò nuovamente la libertà, morì nel 2019 ad Arezzo; aveva 80 anni. Tamara disertò l’ultimo saluto alla madre. Cappelletti tutt’oggi fa lo spazzino.

“Scrissi per te, perchè tu infine mi leggessi. Righe, rime e incastri che noi appartennero”.

Dott. Mattia Curti, criminologo

Suggerimenti di lettura in merito all’articolo sul la circe della versilia

Se ti ha incuriosito questa lettura ti suggerisco di tenerti aggiornato sulla nuova rubrica Delitti di Provincia.

Se ti piacciono i serial killer, invece, dai un’occhiata alla mia rubrica Monografie Seriali dove parlo di Serial Killer Italiani

0 risposte

  1. Con uno stile elegante ecco una nuova vicenda da cui traspare un degrado di moralità sociale e personale che trascina verso la tragedia più cruda, anche per le conseguenze di atti forse non commessi

  2. Questo delitto sembra preso da una serie TV degli anni 80.
    Bravo Mattia Curti che ha saputo ricreare le atmosfere di quegli anni. Un delitto consumato in provincia, tra soldi che piovevano come se fossero un diritto divino e tanta superstizione o forse sensi di colpa da estirpare. Insomma, una Viareggio da bere con qualche sorso che va giù di traverso.

  3. Ricerca e ricostruzione accurate, monografia, come sempre, coinvolgente e completa. Davvero complimenti, dottor Curti!

  4. Come sempre, anche questa volta il Dott. Curti ha narrato le vicende in modo avvincente, senza sensazionalismi e nel rispetto delle persone coinvolte.
    La descrizione del contesto socio-culturale e ambientale di vittima e carnefici offre un interessante spaccato di vita del nostro Paese in anni recenti.

  5. Complimenti ancora una volta al dott. Curti, che, con eleganza e stile impeccabile, ci immerge in una vicenda di totale degrado morale, senza risultare eccessivo.

  6. Malgrado sia una vicenda conosciuta attraverso i media, la lettura che ne fa il dottor Curti è, come sempre, accurata, chiara e precisa. Mi ha rilevato nuovi particolari che non conoscevo. Che tristi personaggi!

    1. Ancora una volta il Dott. Curti ci ha spiegato in modo accurato, ma con grande semplicità, una tragedia crudele, un delitto dalle mille sfaccettature. Complimenti!

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