La vendetta ha senso, e non è solo un capriccio emotivo. È una risposta umana radicata, una pulsione che attraversa le culture e le epoche, un riflesso della nostra natura intrapsichica che si attiva di fronte a una ferita narcisistica.
È la rabbia a innescare il desiderio di vendetta, ma dietro la rabbia si cela spesso un’ego che sanguina.

Dalle saghe vichinghe agli epigrammi di Confucio, dalle Erinni della tragedia greca al melodramma latinoamericano, la vendetta attraversa epoche e culture senza mai perdere il suo significato essenziale. Cambiano le forme, si trasformano i codici morali e sociali, ma il nucleo rimane intatto: una risposta speculare – uguale, contraria o amplificata – a chi ha inflitto il colpo.
Un rito ancestrale di riequilibrio, un atto che mira a colmare il divario tra il torto subito e la giustizia percepita.
La ferita narcisistica non è solo dolore: è un terremoto identitario, un colpo diretto alla percezione di noi stessi. La vendetta, allora, non è soltanto un impulso reattivo, ma un tentativo di restauro: un modo per ricomporre il nostro valore agli occhi nostri e altrui.
Che si manifesti in un’azione concreta o in una rivalsa silenziosa, la vendetta agisce come una colla emotiva, cercando di ricucire l’ego lacerato e restituirci la sensazione di essere di nuovo integri.
La vendetta ha senso? Sicuramente è una costante transculturale
Pensa alle Saghe islandesi, dove la vendetta è il motore della narrazione. In storie come la Saga di Njáll, le faide familiari si susseguono per generazioni: un’offesa, un insulto, una morte, e si accende un ciclo infinito di vendette. Non importa quanto tempo passi: il debito di sangue va saldato.
Nella tragedia greca, la vendetta ha molto senso ed è altrettanto centrale. Oreste, spinto dal dovere verso il padre Agamennone assassinato, uccide la madre Clitennestra per ristabilire l’ordine. Ma la vendetta non si ferma lì: Oreste viene perseguitato dalle Erinni, incarnazioni della colpa, a dimostrazione che il ciclo della vendetta porta con sé conseguenze inevitabili.

Confucio (il solito moralista) ammoniva che “prima di intraprendere un viaggio di vendetta, bisogna scavare due tombe”: una per il nemico e una per sé.
Nelle culture orientali, dove l’equilibrio e l’armonia sono centrali, la vendetta è presente, ma viene vista con cautela.
Tuttavia, non scompare: basti pensare al seppuku, il suicidio rituale giapponese, che spesso era una forma di vendetta morale per ripristinare l’onore perduto.
Passando al melodramma latinoamericano, le telenovelas sono costruite sulla vendetta come forza narrativa con personaggi che, traditi o umiliati, pianificano vendette elaborate, trasformandosi in manipolatori astuti per ribaltare la situazione a proprio favore.
Non serve andare così lontano: nella cultura popolare italiana, il tema della vendetta si insinua nei racconti della faida calabrese o nelle storie di onore e ritorsione delle famiglie mafiose. Qui la vendetta non è solo personale, ma diventa collettiva, un codice da rispettare per mantenere la propria posizione.

La vendetta è transculturale… ha senso negarla a prescindere?
Non importa se parliamo di culture che non si sono mai toccate nella storia; la vendetta è una lingua comune. È una risposta profondamente umana, un meccanismo ancestrale di riequilibrio. Che sia un’epica islandese, una tragedia ateniese o una telenovela messicana, il messaggio è chiaro: quando l’ego è ferito, il desiderio di vendetta risuona ovunque, come un riflesso universale del nostro bisogno di giustizia (o qualcosa che gli somigli).
E allora, se è così radicata nell’umano, perché ripugnarla o negarla? Ignorare la vendetta significa chiudere gli occhi su una parte di noi stessi e degli altri. La vendetta non è un difetto: è un sentimento vivido e facilmente comprensibile se osservato dall’esterno.
E come ogni fatto umano, merita di essere compreso.

La vendetta ha senso? Il rischio di non vendicarsi
“Perdona” dice la morale cattolica.
Ma cosa accade se la rabbia non trova una valvola di sfogo?
Finisce per riversarsi su bersagli facili, spesso innocenti.
Quanti di noi, incapaci di affrontare chi ci ha ferito, hanno scaricato la rabbia su chi non lo meritava?
Pensa a un genitore stressato dal lavoro che, tornato a casa, urla (se va bene urla, se va male….) contro il figlio per una sciocchezza, o a una coppia che litiga furiosamente perché uno dei due ha accumulato frustrazione sul lavoro e non ha trovato un modo sano per esprimerla. Sono dinamiche comuni, ma rivelano quanto sia pericoloso ignorare la rabbia.
È così che il ciclo del dolore si perpetua:
un capo svaluta un dipendente, che torna a casa e scarica quella frustrazione sul partner o sui figli.
Quella rabbia, non affrontata, si trasforma in una bomba emotiva, pronta a esplodere su chi non c’entra nulla. E così l’eco della sofferenza si trasferisce, da una relazione all’altra, creando un domino di ferite emotive che potrebbero essere evitate.
Un altro esempio: pensa a chi è stato tradito in una relazione ma, anziché affrontare il dolore con il partner infedele, si chiude in sé stesso e si vendica, magari tradendo a sua volta il prossimo partner. La rabbia inespressa diventa un veleno che contamina non solo chi la prova, ma anche chi ha il coraggio di avvicinarsi a quella persona.
Non sto dicendo che la vendetta debba essere violenta o distruttiva.

Esistono alternative
Ignorare la ferita, però, negare la rabbia, significa lasciarla marcire dentro di noi. E quel marciume cresce, assumendo forme imprevedibili: può trasformarsi in depressione, in apatia, o anche in una maschera di falsa serenità che crolla al minimo attrito.
La rabbia è un’energia, e come ogni energia, può essere trasformata (in benzina!).
Possiamo usarla oppure possiamo lasciarla esplodere in modo distruttivo, colpendo chi non ha alcuna responsabilità per il nostro dolore. È una scelta.
Ma quella scelta inizia dal riconoscere la rabbia. Una rabbia potenzialmente molto molto potente. Tanto quanto fa male il dolore di quella ferita inferta proprio da chi avremmo voluto ci amasse, da chi credevamo ci amasse, da chi lo speravamo o, forse, da chi abbiamo ostinatamente idealizzato, negando ogni segnale contrario.

La vendetta ha senso? Beh, Non possiamo trasformare ciò che ci neghiamo
È lì, in quella consapevolezza, che si trova il punto di svolta: affrontare il dolore per chi ti ha ferito e decidere di non diventare il prossimo anello del ciclo della sofferenza.
Prendi la ragazza che ti lascia perché sei in sovrappeso (tranquilli, non è assolutamente un esempio di vita vissuta………).
Potresti trascinarti in una spirale di autocommiserazione o sfogare la rabbia su chi non c’entra nulla. Oppure, puoi fare qualcosa per te stesso.
Ti metti a dieta, ti prendi cura di te, e magari trovi una partner più bella (e meno superficiale). È vendetta? Forse. Ma è anche auto-miglioramento.
E nel farlo, stai costruendo qualcosa di più: una versione di te che non solo si sente meglio, ma che costringe chi ti ha ferito a fare i conti con una lesione del proprio ego.
Non hai attaccato fisicamente quella persona, non hai riversato odio. Hai semplicemente lasciato che la tua trasformazione parlasse al posto tuo.

Desiderare un po’ di dolore per chi ti ha ferito non è mostruoso. È umano.
Si chiama sadismo, ma non per questo è qualcosa di demoniaco.
E ovviamente non stiamo parlando (nè stimolando) un dolore fisico o violento.
Stiamo parlando di un dolore narcisistico: quel piccolo squarcio nell’ego dell’altro che lo costringe a vedere ciò che ha fatto, che lo fa riflettere sulle sue scelte.
Riconoscere di voler infliggere questa sofferenza è fondamentale, perché negare questa emozione in nome di una morale rischia di farla esplodere in modi incontrollati. La legge e la società giustamente impediscono che si agisca in modo distruttivo, ma ciò non significa che questo desiderio debba essere ignorato o represso. Anzi, è solo riconoscendolo che puoi trasformarlo in qualcosa di utile per te.
Desideri che quella persona senta, anche solo per un attimo, il dolore narcisistico di vederti prosperare? Vuoi che l’ego di chi ti ha sottovalutato o tradito si lesioni al confronto con ciò che sei diventato?
Questo non significa scendere al suo livello o cercare vendetta distruttiva. Significa usare quella speranza come propulsione per rendere la tua persona lucente, per illuminare chi ti ha ferito con la tua stessa luce.
Questi sono esempi di vendetta che non distruggono, ma costruiscono.
Non si tratta di restituire dolore su misura, ma di trovare un equilibrio interno, di guarire la ferita, e, se possibile, di lasciare che l’altro si accorga della propria insignificanza (in realtà senza l’altro magari non avremmo trovato tutta questa forza, ma non diciamoglielo……).
Quando ciò accade, non hai solo vendicato l’ego ferito: hai trasformato una ferita in una rinascita.

La rabbia come propulsione: da “ad gredior” a “andare verso”
La rabbia non è solo distruzione.
Aggressività per esempio deriva dal latino ad gredior, che significa “andare verso”.
È un’energia propulsiva, capace di spingerci a superare gli ostacoli, a trasformare il disagio in azione. La vendetta ha senso e, in questo contesto, può diventare una forma di movimento: un modo per andare oltre il dolore e ricostruire l’equilibrio che ci è stato tolto.
Anche perchè…
c’è un rischio! Quando la rabbia non viene ascoltata, non agisce come motore ma si trasforma in veleno. E quel veleno si riversa su chi non c’entra nulla: i più fragili, i più vicini, quelli che non hanno alcuna colpa (io sono stato un ingenuo fragile incapace di difendermi per anni, la mia esperienza diretta la puoi intuire brevemente nell’ultimo paragrafo).
Qui emerge il grande problema della morale cattolica del perdono: sì, ti rende più bellino allo specchio, ti fa sembrare buono sotto l’ottica cristiana.
Ma se la tua rabbia resta sepolta, se continui a portarla dentro di te senza darle voce, sei solo un buffone.
Sei un cialtrone che accumula tossine emotive pronte a esplodere sul bersaglio sbagliato.
Perdonare senza attraversare la rabbia è come dipingere un muro crepato: le crepe restano lì, pronte a riaffiorare al primo movimento.
La vendetta ha senso? se troppo incancrenita potrebbe mascherare Il dolore dietro la ferita
E poi c’è il dolore.
Quel nodo profondo che si nasconde dietro la rabbia.
È il dolore di chi si sente tradito, deluso, o semplicemente ferito da qualcuno a cui teneva. Quando qualcuno ti fa del male, non è solo la rabbia a urlare: c’è anche un silenzio che sussurra, un dolore che merita ascolto.
Questo dolore è spesso ignorato. Eppure, è cruciale.
È nel dolore che capiamo quanto tenevamo alla persona che ci ha ferito. Non per giustificarla, ma per riconoscere che quella relazione, quell’interazione, aveva un valore per noi.
Se non permettiamo al dolore di esprimersi, rischiamo di perdere non solo la possibilità di guarire, ma anche il ricordo del tempo trascorso insieme.
Perché, sì, il comportamento di chi ci ha ferito può essere stato vigliacco, meschino, ma non deve cancellare tutto ciò che è stato prima (o che sarà poi! magari si redime se ti vede solido e sano anche senza di lei o lui, magari torna e si rende conto della cazzata fatta, magari fa di tutto per farsi perdonare).
Il dolore, quello vero, allontana gli stronzi e avvicina gli amici.
Rabbia e dolore: un ciclo da ascoltare
Rabbia e dolore sono emozioni circolari.
Si alternano, si rincorrono, si alimentano a vicenda. La rabbia grida, il dolore sussurra.
La rabbia ti spinge ad agire, il dolore ti invita a fermarti. Ignorarne una significa alimentare l’altra. Non ascoltare il dolore significa restare intrappolati in una vendetta senza fine, e senza senso, un circolo vizioso in cui l’azione non porta mai sollievo. Non ascoltare la rabbia significa lasciare che il dolore diventi apatia, paralisi.
Entrambe meritano attenzione.
La vendetta ha senso e, quando nasce da questa integrazione, non è più un gesto distruttivo, ma un atto di trasformazione. È un modo per prendere ciò che ci ha fatto male e usarlo per andare verso qualcosa di nuovo.
La vendetta è un piatto che va servito freddo (significa da progettare a lungo termine!)
Non significa agire in modo gelido e distaccato, ma piuttosto avere la pazienza di pianificare. Quella rabbia, invece di divorarti, può diventare la tua alleata. Usala. Falla maturare, trasformala in propellente.
Io, personalmente, sono qui oggi grazie alla rabbia. Mi sono laureato iscrivendomi all’università a 25 anni, spinto dai giudizi sprezzanti dei miei coetanei. Sui ringraziamenti di laurea ci sono 20 righe di NONOSTANTE che rileggo ancora quando mi voglio rimotivare. Nonostante qui, nonostante lì… sorrido ancora se ci ripenso. 🙂
Quando una ex mi ha lasciato perché ero in sovrappeso, ho usato la rabbia per cambiare me stesso. Mi sono messo a dieta, ho lavorato sul mio corpo, e oggi sono nella forma migliore degli ultimi dieci anni. Ma non l’ho fatto per lei. L’ho fatto per me, e quella ferita è diventata il mio trampolino.
E poi c’è stato quel tradimento
Vedere la persona che amavo fregarsene delle mie emozioni, tradirmi davanti agli occhi, avrebbe potuto spezzarmi. Anzi, mi ha spezzato. In mille pezzi.
Ma sai cosa? Volevo essere felice e ho guardato subito avanti…ho conosciuto persone meravigliose durante qulla convalescenza da trauma, amici nuovi, e una persona in particolare (se stai leggendo, vai in fondo all’articolo). Grazie alla voglia di vendicarmi stando bene ho vissuto emozioni che non avrei mai immaginato viaggiando per terre straniere spinto dalla voglia di allontanarmi da quel gesto vile.
Dopo essermi allontanato da quel dolore lancinante ho scoperto che, ahimè, era solo l’inizio…
Quel dolore lì richiamava un dolore esistenziale di 33 anni di violenze dovute alla mia totale incapacità di proteggermi. Ancora oggi non ho sciolto del tutto quel dolore, ma allontanandomi lo posso osservare e sviscerare, fino (spero!) a renderlo un sottile velo del mio presente, nè innocuo nè ingombrante.
E chi lo sa? Forse, la ferita di ieri sul lavoro – quella che mi ha colpito nell’orgoglio – sta già plasmando i prossimi 15 anni della mia vita. Progetti che non avrei mai avuto il coraggio di sognare senza quella scossa.
Rabbia e dolore: il motore e il freno
La rabbia ci spinge avanti. Ma non basta. Se non ascoltiamo anche il dolore che si cela dietro quella rabbia, rischiamo di andare facilmente alla deriva, magari quando non otteniamo a breve termine i risultati che vorremmo. Sai perchè? Perché il dolore sottostante, pur essendo più silenzioso, non smette certo di pulsare: qualcosa di importante è stato infranto.
Se non viviamo ANCHE quel dolore, se non gli diamo spazio, la vendetta rischia di non finire mai (o di frustrarci al primo fallimento). Diventa un ciclo infinito di rabbia e azione casuale.

La vendetta che costruisce ha senso!
La vera vendetta non è gridare più forte di chi ti ha ferito, ma è una scelta: andare verso i tuoi obiettivi invece di restare intrappolato in un ciclo di rabbia e risentimento, per restaurare il tuo ego e ledere l’ego di chi ci ha ferito.
Perché alla fine, in fondo in fondo in fondo in fondo la vendetta non riguarda l’altro.
Riguarda noi. Ecco perchè la vendetta ha senso. Ha fottutamente senso.
Quel gesto forte ci fa male perchè abbiamo paura che abbia ragione l’altro. Che siamo fragili, inermi di fronte alla cattiveria, al menefreghismo o alla superficialità dell’altro. Abbiamo paura che il nostro dolore ci renda miserabili, deboli, non meritevoli di amore. Ci fa male perchè stiamo dando ragione a tutto questo.
E allora non fare cazzate, usa la rabbia per toglierti da lì! Allontanati da lì, poi ascolta quel dolore e pianifica la tua rinascita.
Se quell’evento ci ha fatto così male è perchè stiamo andando a fare la guerra gnudi.
Se l’altro è il partner, abbiamo pensato che fosse il babbo o la mamma, che ci avrebbe amati a prescindere da tutto, e poi piangiamo quando se ne è fregato di noi
Ahah, ridiamoci su, e usciamo IMMEDIATAMENTE da questo delirio.
L’altro non ci ama incondizionatamente. Ci ama se lo facciamo stare bene. L’altro (o l’altra) ti disintegra, si dimentica all’istante di te se anche per un istante pensa che ci sia qualcuno al mondo che possa farlo stare meglio. Anche se è solo un’idea, un’idealizzazione, un imbambolamento…sarà sempre meglio che stare con te……..
Oppure ci ama solo quando stiamo male e sta con noi per un nevroticissimo spirito da crocerossina o da salvatore? Peggio mi sento………
Scappa di lì, cura le ferite, costruisci la tua armatura, e poi torna a giocare la tua partita.

Anche perchè, a volte la vendetta colpisce chi non c’entra
Non è facile ammetterlo, ma anche io ho fatto del male a chi non lo meritava.
Ero convinto di avere tutto sotto controllo, di essere immune alla sete di vendetta, ma la realtà era diversa. Il mio orgoglio mi impediva di accettare che quella rabbia, quella frustrazione che portavo dentro, fosse in realtà un desiderio di vendetta che non avevo avuto il coraggio di guardare in faccia.
Invece di affrontare la ferita direttamente, ho permesso a quell’energia di sfogarsi dove non doveva, su persone che non avevano colpa.
Ho detto parole che non pensavo, ho preso decisioni impulsive, ho fatto scelte che hanno ferito gli altri.
Ricordo una relazione in particolare
Lei non aveva nulla a che fare con il dolore che portavo, ma a pagarne il prezzo è stata proprio lei. Un tradimento subito in passato mi aveva lasciato un’eco di sfiducia, una ferita che non avevo mai davvero guardato. Ogni piccolo segnale che mi ricordava quel vecchio dolore – un messaggio non risposto, un’attenzione rivolta altrove – diventava un pretesto per colpire.
Non volevo affrontare chi mi aveva ferito davvero, così ho usato la rabbia come un’arma spuntata, infliggendo colpi a chi non c’entrava nulla.
Rendersi conto di tutto questo è stato doloroso, ma necessario. Perché quando ferisci chi non c’entra nulla, stai solo prolungando il ciclo del dolore. Non lo spezzi, non lo affronti: lo trasferisci. E così, senza volerlo, diventi parte del problema.
Ammettere di aver agito per vendetta, anche in modo indiretto, è un primo passo per interrompere questo ciclo. Significa riconoscere che la nostra rabbia e il nostro dolore non devono essere negati, ma ascoltati e trasformati. Non è facile, e spesso fa male, ma è l’unico modo per evitare che altri paghino il prezzo di ferite che non sono loro.
E sì, prova un po’ di vergogna per il male che hai fatto. Fallo. Starai meglio dopo, te lo garantisco.

rancore, vendetta, odio, invidia, sadismo, masochismo: sì, Siamo tutti esseri umani
Siamo tutti esseri umani, e come tali, proviamo emozioni che la società spesso ci dice di reprimere: rabbia, odio, vendetta.
Emozioni che ci insegnano a considerare “brutte”, “sbagliate”, e che ci vergogniamo di ammettere anche a noi stessi. Sentimenti complessi come rancore, vendetta, odio, invidia, sadismo, masochismo, vengono tutti tacciati di sbagliati.
Ma accadono, dentro di noi! E fingere che non esistano, negarli in nome di una morale imposta, non ci rende migliori, ci rende scemi, ciechi e vulnerabili a quei comportamenti che nascono proprio da ciò che stiamo rifuggendo.
Se non accetti che puoi odiare, che puoi desiderare che chi ti ha ferito soffra un po’, il rischio è che quella rabbia si trasformi in azioni che colpiscono chi non c’entra nulla
Se non riconosci la tua sete di vendetta, potresti trovarti a manipolare, tradire, o umiliare qualcun altro che, ingenuo come te, si è affidato al primo stronzo senza ascoltare se stesso e senza definire confini di protezione.
Tutto mentre il vero obiettivo di quelle emozioni – ristabilire un equilibrio interno – resta lì, inascoltato, e il ciclo del dolore continua.
Non c’è nulla di sbagliato nel desiderare che chi ti ha ferito provi un dolore narcisistico, un piccolo squarcio nell’ego che gli faccia vedere il male che ti ha fatto. Non è mostruoso, è umano. La chiave è riconoscerlo per quello che è, senza negarlo, senza vergognarsene.

La legge e la società ci impediscono – giustamente – di agire su queste emozioni in modo distruttivo
Ma questo non significa che non dobbiamo comprenderle.
Se neghiamo ciò che proviamo, non possiamo controllarlo. Se lo accogliamo nel corpo, vividamente, possiamo scegliere il comportamento da attuare una volta ascoltata l’emozione sottostante.
Si chiama responsabilità. Abilità a rispondere. A che? Alla violenza esterna.
Quando accettiamo di essere anche capaci di odio, di rabbia e di vendetta, abbiamo l’opportunità di scegliere cosa farne.
Possiamo trasformare quel desiderio di rivalsa in un percorso che ci migliora. Non per negare ciò che è successo, ma per superarlo. Non per fare del male a chi ci ha ferito, ma per fare qualcosa di buono per noi stessi.

Per ascoltare quelle emozioni non c’è modo migliore di una sedia vuota, uno specchio, o semplicemente carta e penna. E VAI LIBERO! Spara fuori tutto.
La rabbia e l’odio possono essere propulsivi.
Possono spingerci a crescere, a costruire una versione migliore di noi stessi. Ma questo accade solo quando smettiamo di fingere che non esistano. Non serve essere “belli e buoni” secondo la morale altrui. Serve essere veri, consapevoli di ciò che proviamo, anche quando non ci piace.
Non c’è redenzione nell’ignorare ciò che siamo. Ma c’è potere nel riconoscerlo.
E quando accettiamo di essere umani, con tutte le nostre contraddizioni, scopriamo che quelle emozioni che ci spaventano possono diventare una forza. Una forza che non fa del male a nessuno, ma che ci permette di andare oltre, di crescere e di trasformare il dolore in qualcosa che ci illumina la strada.

Il Conte di Montecristo: la vendetta come motore
Poche opere letterarie incarnano la vendetta come il Conte di Montecristo di Alexandre Dumas.
Edmond Dantès, un giovane marinaio tradito dai suoi amici e ingiustamente imprigionato, passa quattordici anni nel Château d’If, nutrendosi esclusivamente della sete di vendetta. La sua rabbia diventa un carburante inesauribile, un’ossessione che lo tiene in vita, lo spinge a fuggire, ad accumulare ricchezze e a orchestrare con precisione chirurgica la rovina di coloro che gli hanno tolto tutto.
Edmond trasforma il dolore in potere, l’umiliazione in forza. Da uomo semplice e ingenuo, si ricostruisce come il sofisticato e inarrivabile Conte di Montecristo. La vendetta ha senso, gli dà uno scopo, lo plasma, lo rende inarrestabile.
Ma cosa accade quando il piano arriva a compimento?
Quando il sangue è stato ripagato col sangue, quando chi lo ha tradito è caduto uno dopo l’altro? Il vuoto. La vendetta, che per anni aveva dato un senso alla sua esistenza, si rivela alla fine un’illusione, un percorso che non porta alla vera liberazione.
Montecristo comprende che l’odio che lo ha sostenuto così a lungo non può più accompagnarlo. La sua vendetta ha senso, perfetta nella sua esecuzione, non gli restituisce ciò che ha perso, né cancella il dolore originario. Scopre che il vero riscatto non sta nel distruggere i suoi nemici, ma nel lasciarsi alle spalle il passato e concedersi la possibilità di una nuova vita.
E qui emerge la grande lezione del romanzo: la vendetta può essere un motore potente, può spingerci a superare i limiti, a raggiungere vette inimmaginabili, ma se diventa il nostro unico scopo, alla fine si svuota di senso. La rabbia può trasformarci, ma non può accompagnarci per sempre. Se Montecristo si fosse fermato a quel desiderio di rivalsa, sarebbe rimasto prigioniero del suo stesso piano, incatenato a un passato che non poteva più cambiare. È solo quando lascia andare la vendetta che può finalmente trovare pace.
E allora, la vendetta ha senso? Sì, ma solo come slancio, non come prigione.
La vendetta è un piatto che va servito freddo. In alternativa o in aggiunta, sciogli il dolore.

E se proprio non vuoi vendicarti…
C’è un tipo di perdono (non quello cattolico, per l’amor di Dio) molto più difficile, ma infinitamente più potente di quello che la morale cattolica ci insegna: il perdono di sé stessi.
Non quello verso chi ci ha ferito, non quello che ci impone di lasciar andare per “essere persone migliori”, ma il perdono per non aver saputo proteggere i nostri confini.
Perché spesso la rabbia nasce proprio da lì, da quel senso di tradimento interno, da quell’eco scomoda che ci sussurra:
Perché non hai visto i segnali? Perché hai abbassato la guardia? Perché ti sei fidato?
È una ferita doppia: una inferta dall’altro, l’altra inferta da noi stessi. Ma il punto è che nessuno nasce con confini perfetti. Si imparano a tracciarli quando qualcuno li calpesta.
Non sapevamo difenderci? Ora sappiamo quanto è necessario.
Ci siamo fidati di chi non lo meritava? Ora abbiamo imparato a fidarci di più delle nostre sensazioni.
Abbiamo ignorato il corpo, la pancia, quella tensione sottile che ci avvertiva? Ora ascolteremo meglio.
Eppure, anche qui c’è un’altra trappola
Se costruiamo confini troppo alti, finiamo per isolarci.
Per paura di soffrire di nuovo, rischiamo di chiudere la porta anche a chi avrebbe potuto attraversarla con rispetto. Ma alla fine, protetti protetti, si rimane soli. E sai che palle…!!!
Ecco perché il perdono di sé è l’unica alternativa alla vendetta che libera davvero.
Non si tratta di dimenticare, né di cancellare la lezione. Si tratta di guardare la propria ingenuità senza disprezzo, di accettare la propria vulnerabilità senza punirla. Significa lasciarsi il diritto di sbagliare senza per questo smettere di fidarsi della vita.

Perché il presente contiene tutto: il passato, che ci ha insegnato; il futuro, che possiamo ancora costruire.
Fidati di quello che senti. OGGI.
Ascolta la lezione del giorno. E non perdere la capacità di aprirti.
Assapora ogni sfumatura di ciò che provi.
E se mai ti capiterà di abbassare la guardia di nuovo, perdonati.
Significa che, nonostante tutto, sei rimasto vivo.
Dott. Niccolò Di Paolo, psicologo

Un pensiero felice
Ti dedico questo articolo, a te e ai sei mesi trascorsi insieme. Mi sei stata vicino mentre masticavo tanta tanta rabbia. Se ho scritto queste parole, se ho scavato così a fondo nella vendetta, è anche perché sei stata tu a suggerirmi di citare Dumas. Ora non ci sentiamo più, ma il mio pensiero va spesso a te, mentre scende più di qualche lacrima, e il mio cuore è pieno di gratitudine quando ti penso.
Nicco
0 risposte