Questa poesia, dal titolo Orfana, fa parte della sezione primaverile di una raccolta dal nome Rami per le stagioni. Parla di ciò che resta, di invisibile, della fine di una relazione d’amore.

A volte riversiamo nelle relazioni amorose aspettative, desideri e sogni personali che possono non essere corrisposti. Questa poesia è un appello ad accorgersi di ciò che appartiene a sé e non all’altro; che nonostante la relazione possa finire, ciò che rimane a noi è degno del nostro sguardo.

Ti suggerisco di ascoltare questa musica mentre leggi la poesia

orfana

Oggi non mi poso, oggi
resto nell’aria.
Mi porta via il vento e
il suo canto potente.
Porta via un dolore che sa
di pioggia antica,
albero secolare. Sradica le radici
questo vento,
produce un suono che muove anche l’intenzione dei sassi
di restare.
Il volto si piega, come corteccia.

Inizia così il canto:
sono orfana di partecipazione,
orfana di semina e
raccolta.
Sono orfana di direzione, di calce e mattoni.
Sono orfana di baci.
Orfana di caldo in inverno, di carezze poggiate
sul cuore
alla sera.
Sono orfana di fantasie
scritte su fogli e
dimenticate.
Orfana di desideri plurali.
Oggi, orfana della voglia di essere madre
di un neonato amore.

Giulia Anastasio

osservazione fenomenologica dell’editore sulla poesia “orfana”

La prima parte della poesia mi evoca un senso di smarrimento, di qualcosa che viene portato via senza poterlo trattenere. Mi immagino il vento che trascina non solo il corpo, ma anche le emozioni, i ricordi, perfino il dolore che sa di pioggia antica, come qualcosa che è sempre stato lì, depositato nel tempo. Il vento che sradica mi evoca l’immagine di un albero che si piega, che perde il suo attaccamento alla terra.

La seconda parte della poesia ruota attorno al tema dell’orfanezza, non intesa in senso letterale, ma come una condizione esistenziale: l’assenza di partecipazione, di connessione con il mondo, di direzione, di affetto e di desideri condivisi. Questa ripetizione del termine “orfana” crea un ritmo quasi litanico, mi evoca un senso di vuoto profondo, non tanto legato alla perdita di qualcuno in particolare, ma alla mancanza di qualcosa che dovrebbe esserci e invece non c’è. Mi fa pensare all’assenza di legami vivi, di calore, di presenza. Mi immagino le carezze, le fantasie lasciate in sospeso, i desideri non condivisi, come stanze vuote in cui si sente solo l’eco di qualcosa che un tempo c’era.

Il finale

Il finale della poesia introduce un’immagine potente e simbolica:

“Oggi, orfana della voglia di essere madre di un neonato amore”.

Qui la maternità non sembra riferirsi solo alla dimensione biologica, ma a quella emotiva e relazionale: la capacità di generare, accudire e dare vita a un nuovo sentimento, a una nuova relazione, la capacità di creare qualcosa di nuovo, di accogliere. Mi ricorda quei momenti in cui ci si sente così distanti da tutto o, ancora più terrificante per me, dall’altro. Distanti dall’altro così tanto da non avere nemmeno più il desiderio o la forza di ricominciare. La magia di questa frase è la parola “oggi“. Che accoglie questo mio sentimento di smarrimento, ma lo confina alla giornata di oggi. Non è un per sempre. È oggi.

Il vento, la pioggia, la corteccia, il sasso che resiste: tutto sembra concorrere a un ritratto di fragilità esistenziale, di un’anima che, travolta dagli eventi, fatica a trovare un punto di appoggio per radicarsi di nuovo, ma che nonostante tutto ci riesce. Nonostanto tutto resiste, e accoglie l’emozione di oggi.

E aspetto il domani. Un domani. Domani. Grazie al vento che porta via tutto, anche l’oggi. Anche lo smarrimento.

Niccolò Di Paolo, editore della rivista

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