La voce di Fahezeh è un atto d’amore e di giustizia, un gesto di resistenza silenziosa che parte da una maglietta rossa e arriva fino alle montagne dell’Afghanistan, attraversando il dolore e restituendo dignità a una giovane vita spezzata.
Grazie a questa testimonianza, Antonella Cavallo, autrice sensibile e attenta al valore della memoria, ci conduce in un viaggio struggente che unisce poesia, impegno civile e profondità umana.

La voce di Fahezeh: storia di una testimonianza diretta
Un nome tra trentacinquemila
Indossare una maglietta rossa con inciso nome e cognome di una persona, scrivere una poesia in suo onore, partecipare a un flashmob in piazza Duomo a Milano a fine luglio e continuare a farlo ogni giovedì sino alla fine dell’anno… Suona come la bizzarria di un gruppo di squinternati, ma dietro c’è molto altro. C’è un gruppo di poeti determinati a onorare l’esistenza di una persona, una delle trentacinquemila, per esempio, scomparse per i più svariati motivi nel tentativo di raggiungere un luogo sicuro in cui vivere, o un parente già in salvo. Alle loro spalle hanno lasciato le radici, il viaggio è stato un tormento, la destinazione, mai raggiunta…
Immagino loro corpi martirizzati, dilaniati, dispersi, la loro memoria persa, magari a un passo dalla salvezza. Le loro voci soffocate nella polvere, tra le onde dei mari che sono nostri, nella stoffa di un cuscino, o tra le lamiere di un container…
Amo il mare, amo la danza delle onde che si arrotondano maestose e poi schiumano e s’infrangono sulle scogliere. Amo quel blu che t’incanta e t’invita a scoprire i misteri dei fondali, gli sbuffi delle megattere, il cremisi dei coralli, il gioioso gioco dei delfini, la goduria di lasciarsi lambire i fianchi dall’abbraccio delle acque che sanno di sale, di sole, di vita. Il fascino del silenzio assoluto che si prova quando si galleggia a occhi chiusi in mezzo al nulla, il suono di una chitarra intorno al falò sulla spiaggia…
Ma quanto può essere terrificante il mare, quando le note del suo canto si trasformano in urla di terrore, quando il sale delle acque brucia sulle ferite profonde, quando le sue spugne s’intridono del sangue dei naufraghi.
Eppure il mare, quello che urla e biancheggia sotto il maestrale, non ne ha colpa, non è lui quello avido di anime in fuga…
Quando ho avuto tra le mani l’elenco interminabile di quei nomi, con un numero impressionante di NN e – per quanto possibile – la più angosciante voce di body con l’unico raccapricciante significato di ‘talmente dilaniato da non poterne distinguere il sesso e l’età’, mi si è gelato il sangue nelle vene, il respiro bloccato da un senso di nausea e di impotenza.
Ho immaginato le madri di quelle persone, gli occhi solcati dal dolore, le lacrime che non asciugano, le loro braccia vedove dell’ultimo abbraccio.
Chi vorrebbe questo per il proprio figlio?
Tra le mie mani, quella lista infinita di nomi, di generalità, di causa della morte, era un’emorragia di nomi da polverizzare il cuore.

La prima poesia in piazza
Avrei dovuto adottarne uno, uno tra quei trentacinquemila dispersi di cui il mondo sembra ormai abituato a incanalare la notizia che entrata da un orecchio, fluisce nell’altro senza passare per l’anticamera del cervello, della pancia o del cuore. Un’umanità, la nostra, resa indifferente alle emozioni, arresa all’urgenza di andare avanti senza voltar la testa, per egoismo, o per sopravvivere allo strazio.
Ho scelto Fahezeh Ahmadi, 17 anni, afghana.
Una nota riportava la causa della morte: accoltellata a morte dal marito. La giustificazione della sua impresa disperata: voleva ricongiungersi alla sorella a Grua in Norvegia. Ce l’aveva fatta. Era fuggita dal campo profughi e l’aveva raggiunta a casa…
E poi?
E poi niente. Suo marito l’ha accoltellata a morte.
Perché?
Perché, è l’unica domanda che l’universo intero si pone davanti alla morte, ed è l’unica in tutte le lingue del mondo che non trova una risposta che renda giustizia alla scomparsa di qualcuno che si ama.
Non importa l’età, è sempre in ogni caso una ferita che lacera, che ti squassa l’anima.
Per questo, abbiamo scelto di indossare la maglietta rossa e di organizzare i flashmob. Così ho scelto una maglietta rossa, una pezza bianca e con un pennarello rosso, ho scritto il nome di Fahezeh Ahmadi. Poi ho preso ago, filo e ho cucito la striscia bianca all’altezza del cuore.

Il canto delle madri
La prima volta che ci siamo incontrati in piazza Duomo, era un giovedì di fine luglio poco prima delle sette di sera. Uno dei compagni poeti mi ha chiesto se fossi emozionata. Gli ho risposto di no. Ero troppo concentrata nel voler far passare il messaggio del nostro gesto. Lui mi ha guardato col suo fare curioso e mi ha ripetuto la domanda rimasta in sospeso…
Abbiamo formato un ampio cerchio e ci siamo messi a camminare in senso antiorario, come facevano ogni giovedì Las Madres in Plaza de Mayo a Buenos Aires, guidando un movimento pacifico di resistenza contro la dittatura militare e la repressione in Argentina in risposta alla sparizione forzata e alla tortura di oppositori politici.
L’emblema di quelle madri era costituito dal primo pannolino di tela utilizzato per i loro figli neonati e con quei passi attorno alla piramide che si trova al centro della piazza intendevano far tornare indietro il tempo a quando i loro figli desaparecidos erano ancora vivi.
Uno alla volta, siamo entrati nel cuore del cerchio, abbiamo declamato la nostra poesia, le voci fluttuavano nel vento e i nomi sulle nostre magliette rosse diventavano persone, si alzavano in piedi accanto a noi e attraverso noi facevano sentire la propria voce, o forse noi diventavamo loro.
I passanti fuori dal cerchio si sono fermati, in silenzio, commossi.
Qualcuno si è unito al girotondo e ha iniziato a camminare con noi e con i nomi delle persone che abbiamo scelto.

Un viaggio verso Fahezeh
Infinite altre persone anelano di essere ricordate.
Se io fossi una di loro, mi piacerebbe essere ritenuta così speciale da attirare l’attenzione di qualcuno che prende una stoffa bianca e con un pennarello rosso dipinge la mia vita con le lettere che compongono il mio nome.
Sì, mi sono emozionata, mi sono commossa.
E ritorno alla mia Fahezeh, una ragazza di diciassette anni sposata che prende la decisione di lasciare la sua famiglia, il suo paese e la sua vita per raggiungere la sorella maggiore in Norvegia…
Sono stata in Afghanistan questa estate, ho viaggiato lungo il corridoio del Wakhan afghano a 3270 metri di altitudine. Quando ho comunicato la mia intenzione ad amici e parenti, mi hanno dato dell’incosciente, della fuori di testa, di quella che ‘ma dimmi tu se devi andare a cacciarti nei guai’, ‘ma una vacanza a Gabicce mare, no eh?’

L’Afghanistan negli occhi
Non vi darò indicazioni sull’itinerario del mio viaggio, ma vi porterò con me su quelle strade, lungo il corso del fiume color del fango che lambisce impetuoso le coste del Tajikistan da una riva e dell’Afghanistan da quella opposta, tra la catena montuosa dell’Hindu Kush che svetta nel cielo color del paradiso.
Ci sono cinque ponti che attraversano i due confini, ci sono avamposti che onorano la memoria delle vittime di guerra e puntando lo sguardo sulla costa impervia che convoglia mulinelli e vortici, le curve si stringono sugli strapiombi sino a farti temere il peggio.
Nel contempo immagini i progetti di chi medita l’impresa estrema, cercando la migliore via di fuga. Più ti avvicini al ponte che attraverserai a piedi con bagagli e viveri per entrare in territorio Afghano, più il cuore batte forte con l’emozione di chi si ricongiunge ai propri affetti.
Ho portato la maglietta rossa con me, ho portato Fahezeh, immaginando che venisse dal Wakhan, non avendo altre informazioni.

Parlami con il tuo nome
Tra le migliaia di anime senza voce, ho scelto il tuo nome, Fahezeh, l’ho portato con me nella tua terra d’origine, quella che hai lasciato con gli occhi colmi di speranza, con la semplicità e l’accoglimento che ho trovato negli sguardi dei bambini, nelle risate sdentate dei vecchi, nel blu dei cieli tersi, nelle vette dove l’aria si fa pura, nelle onde tumultuose del Panj e del Wakhan…
Con te ho giocato a ‘mondo’ ai bordi delle strade e poi ho scelto un luogo speciale, il tuo, dove farti riposare…
Ti ho portata con me, Fahezeh. Ora sei a casa, e questa è la tua voce che vibra come un canto.
Poesia: La voce di Fahezeh
Mi chiamo Fahezeh Ahmadi
ho diciassette anni,
sono Afghana
e ho sogni grandi
Voglio abbracciare mia sorella
– che ora vive qui in Norvegia
Voglio conoscere i suoi figli
trovare nei loro occhi quelli di mio padre
– che ha venduto le sue bestie per il mio viaggio.
Voglio le mani di mio marito
che gentili mi carezzano la pelle.
Voglio scappare da questo campo
dove i pensieri puzzano di morte
e i corpi dei rifugiati si accatastano
– come i legni marci del naufragio che ho scampato.
L’ho trovata mia sorella,
nel chiarore dell’aurora
Le sue braccia mi hanno stretta
– mentre gli occhi sanguinavano dolore e gioia
Non ho ricevuto carezze,
una lama ha strappato la mia carne,
la mia vita e i miei sogni.
Te li lascio i miei sogni
Ti lascio il profumo del Naan
che cuoce nel Tandoori
Ti lascio il grasso della pecora
che sfrigola sul fuoco
Ti lascio la mia terra,
le montagne,
la mia gente.
Ti lascio il mio nome,
portalo con te.
osservazione fenomenologica alla poesia La voce di Fahezeh
La voce di Fahezeh entra sotto pelle senza passare dai timpani.
Mi colpisce il passaggio brusco e necessario dal sogno alla detenzione: questo campo che odora di morte, in cui i pensieri non respirano.
“una lama ha strappato la mia carne” taglia la poesia, cambia il registro. Fahezeh smette di sognare e comincia a lasciare.
Lascia odori, sapori, rumori. Il Naan nel Tandoori, il grasso della pecora, le montagne, la gente.
Lascia il nome. Non per essere ricordata, ma per essere portata. Concreta anche nella morte. Terrena, fino all’ultima sillaba.
Mi resta addosso questa voce. Non mi chiede di capire. La voce di Fahezeh mi chiede di non dimenticare.
Niccolò Di Paolo, editore della rivista
Un’altra testimonianza toccante. Mi riesce sempre difficile leggere le tue parole Gino in fondo senza avere gli occhi umidi accompagnati dai singulti! Grazie per questa testimonianza vissuta ! Grazie per renderci partecipi continua a scrivere!
Grazie, Rudy! Viaggiare e vivere anche per pochi istanti a contatto con realtà così distanti dalla nostra è fonte di grande emozione e di nutrimento per l’anima. Si leggono spesso notizie sconvolgenti che ci sfiorano appena, ma anche solo immaginare di immedesimarsi in quelle situazioni spinge a fare qualcosa anche minima come scriverne per lasciare un segno di umanità. Grazie!