L’umiltà non fa notizia e sicuramente non è tra gli obiettivi che ci prefiggiamo a gennaio.

Se ne parla poco, non ha un grande appeal, e quando se ne parla spesso viene fraintesa: confusa con la modestia, associata alla timidezza, scambiata per mancanza di autostima o di ambizione.

Tutte dimensioni sociali, che riguardano l’immagine, l’impressione che vogliamo dare, il modo in cui ci relazioniamo allo sguardo degli altri. È più facile voler sembrare intelligenti, brillanti, carismatici.

Quando si parla di crescita personale, di miglioramento di qualche nostra caratteristica, l’umiltà resta sempre fuori inquadratura.

Questo perchè l’umiltà ha a che fare con qualcosa di profondo

Non è facile parlare di umiltà senza farla sembrare qualcosa di vecchio, remissivo o fuori tempo, o senza cadere nel banale, nell’ovvio o, per ultimo, senza farla passare come un messaggio cattolico/cristiano.

Sicuramente non si nasce umili (contrariamente a quanto si pensa). È una postura che si acquisisce per esperienza o per modello, ed è più simile a un modo di stare al mondo che non a una caratteristica oggettiva.

In molti casi può avere anche una funzione strategica

Parliamoci chiaro: chi è umile fa meno paura. Anzi, non fa proprio paura. Viene raramente attaccato, giudicato, solitamente non muove invidie, ostracismi, accuse, malelingue e malsane competizioni.

Questo articolo è un tentativo di attraversare l’umiltà, per comprendere cosa succede quando l’umiltà non resta un concetto astratto, ma diventa bensì una forma di contatto con i propri limiti, coi propri confini e con la propria esperienza.

Con la propria piccolezza e con la forza che da quella piccolezza può nascere.

Umiltà e modestia non sono la stessa cosa

L’etimologia ci dà un primo indizio. Modestia viene dal latino modus, che significa misura, limite, contenimento. È ciò che resta “entro i limiti”, che non espande, che trattiene. È l’atteggiamento di chi non esagera, di chi non si espone troppo, di chi si autolimita, spesso anche per non disturbare.

In questo senso, la modestia è prevalentemente una strategia sociale (come può esserlo anche l’umiltà!) Le persone modeste si occupano di non occupare troppo spazio, ma con il fine di risultare graditi, o almeno non ingombranti. La modestia ha a che fare con l’immagine di sé, con la presentazione che scegliamo di dare agli altri, e con le aspettative che sentiamo intorno a noi.

Molte persone, tuttavia, nel tentativo di essere modeste, finiscono per rimpicciolirsi, per fare un passo indietro anche dove non servirebbe, per sottrarsi all’occasione di dire, di farsi vedere, di esprimere qualcosa che invece avrebbe senso portare nel mondo.

L’umiltà ha una direzione diversa rispetto alla modestia: non riguarda l’apparire, ma il contatto con la propria sostanza. Non si tratta di stare entro una misura.

Etimologia di umiltà (da humus)

L’umiltà affonda le radici nella terra.

Letteralmente. Humus, in latino, è il terreno fertile, lo strato più vivo e ricco del suolo, quello che permette alla pianta di crescere. È lì che si colloca, per origine, il senso dell’umiltà: in basso, ma non in senso gerarchico. In profondità.

Non si tratta di posizione, ma di relazione con ciò che sta alla base, al nucleo.

Come la terra, l’umiltà non è qualcosa di statico. È viva, malleabile, fertilizzabile.

Come la terra ha bisogno di acqua, di essere nutrita, di entrare in scambio con altre forme di vita per restare feconda, così l’umiltà non si esperisce certo non facendo niente. Anzi, come la terra va mantenuta umida di esperienze, di ascolto, di presenza, di coraggio e di acquisizione di nuove competenze e conoscenze.

La terra che si indurisce non fa crescere nulla.

L’umiltà, allora, è anche capacità di lasciarsi penetrare — non da chiunque, non sempre, ma da ciò che può portare nutrimento. È una postura che permette una permeabilità intelligente, un contatto consapevole con tutto ciò che può sia sostenere il nostro radicamento che farci crescere ed evolvere verso ciò che attira la nostra attenzione (così come una pianta è attratta e cresce verso la luce).

A cosa serve essere umili?

Sicuramente non serve per piacere agli altri. Non serve per sembrare più buoni o per raccogliere complimenti. L’umiltà è una postura che serve prima di tutto a noi, per vivere meglio il nostro pezzo di strada.

Serve per rimanere vivi, come la terra che non si indurisce. Serve per stare in contatto con la nostra esperienza reale, con i nostri limiti, le nostre risorse e anche i nostri desideri. Ci aiuta a lasciarci nutrire: dalle esperienze, dalle relazioni, dai feedback — senza sentirci schiacciati, senza montarci la testa, senza chiuderci a riccio.

Ci aiuta a non deformare la realtà con l’ego: a non illuderci di essere sempre il centro del mondo, a non passare la vita rincorrendo il bisogno di essere approvati, visti, applauditi. Ci aiuta a scegliere meglio quali stimoli esterni accogliere, distinguendo tra quelli che ci fanno crescere davvero e quelli che toccano solo il nostro narcisismo ferito.

Essere umili non è certo un interruttore, non è qualcosa che si “attiva” o “disattiva” a comando. È una tendenza.

umiltà : nucleo = feedback : confini

L’umiltà sta al nucleo come il feedback sta ai confini individuali.

Il contatto con i confini individuali lo si esperisce attraverso lo scambio con l’esterno. Non possiamo vederci da soli. O, almeno, non completamente.

Una parte del nostro volto — come una parte del nostro carattere — è nascosta ai nostri occhi. Ce ne accorgiamo solo nello specchio. E in certi casi, lo specchio è l’altro. Il feedback dell’altro è lo specchio relazionale per eccellenza.

Ciò che risulta dalle nostre azioni è un’occasione preziosa: ci permette di contattare la differenza tra ciò che volevamo trasmettere attraverso il nostro comportamento e l’effetto che ci fa il comportamento conseguente a ciò che è arrivato agli altri. L’effetto che ci fa il comportamento degli altri è una percezione soggettiva, non ha un significato intrinseco. Possiamo rifarci a norme sociali, a punti di vista che si accordano osservando lo stesso fenomeno, ma non possiamo dare significati unilaterali ai comportamenti degli altri.

Di conseguenza, un comportamento verso l’umiltà è riconoscere la soggettività nell’interazione con l’altro, e in quest’ottica, l’attenzione al feedback è il naturale prolungamento di un atteggiamento umile. Accoglierlo senza difendersi è uno dei modi più sinceri per restare in contatto con noi stessi.

Per capire meglio, lasciami parafrasare una scena di vita quotidiana:

Un esempio semplice: una serata tra amici

Durante una serata tra amici, lanciandoci in battute a raffica per intrattenere il gruppo, crediamo — e speriamo — di essere simpatici.

Ci accorgiamo, però, dal silenzio improvviso o dagli sguardi imbarazzati, che il nostro effetto è stato ben diverso: risultiamo pesanti, fuori luogo, magari addirittura fastidiosi.

Ecco il punto di partenza: intercettare lo scarto tra quello che volevamo esprimere e l’effetto che ci fa il comportamento degli altri (conseguente a ciò che è arrivato agli altri del nostro comportamento).

Quel momento di scarto — tra l’intento e l’effetto emotivo che percepiamo conseguentemente al risultato — è uno dei punti più preziosi e ci permette di porci due domande intrecciate tanto quanto lo yin e yang:

Cosa volevo donare?

Forse il nostro gesto nasceva da un desiderio sincero: creare un’atmosfera più leggera.
Offrire qualcosa di bello agli altri.

E allora il dolore che proviamo di fronte al fallimento non parla solo del nostro orgoglio ferito: parla anche di quanto tenevamo a quel gesto.

Restare in contatto con questa radice, riconoscerla, è un atto di umiltà verso se stessi che però ci permette, se si molla l’orgoglio ferito, di attuare dei nuovi comportamenti cercando di nuovo un conttto con il gruppo.

Cosa volevo ricevere?

Sotto il desiderio di donare, attraverso la risata degli altri, si potrebbe nasconde anche un altro desiderio: quello di essere riconosciuti come simpatici, accolti e, di conseguenza, amati.

Non c’è nulla di sbagliato in questo. È umano. Ma è importante vederlo. Perché solo vedendolo possiamo evitare di confondere la mancanza di applausi, o risate in questo caso, con una condanna del nostro valore.

Restare in contatto con questa seconda radice ci permette di lavorare non solo sull’azione, ma anche sul bisogno che l’ha generata.

Se vogliamo essere amati il contatto con l’altro è fondamentale: impermalosirsi, inorgoglirsi, infastidirsi, non c’entrano niente con l’amore dato e ricevuto, centrano con l’immagine di sè che l’evento ci ha mostrato e che non è conforme con quella che abbiamo di noi stessi.

Riflessione n° 1 – Non siamo dei perdenti se non siamo riusciti nell’intento

Se togliamo di mezzo l’orgoglio, possiamo vederlo: non siamo “sbagliati” o “falliti” perché qualcosa non è andato come speravamo.

Siamo semplicemente esseri umani che ci hanno provato.

Restare in contatto con il nucleo dell’intenzione originaria ci permette di ricalibrarci senza giudicarci.
Di riprovare, magari in un altro modo, con più attenzione, con più ascolto. L’umiltà contatta la radice e bypassa i giudizi su di sè.

In quest’ottica aiuta a non provare più dolore di quanto davvero siamo stati feriti, e ricalibrarci sui nostri bisogni e desideri e su quelli degli altri, rimodulando e cercando un accordo.

Nell’esempio potrebbe essere: mi accorgo che forse il gruppo non ha bisogno di ridere (o forse non faccio ridere). Di cosa ha bisogno il gruppo? E mi focalizzo su questo e, se voglio, dono, ma posso anche scegliere di andarmene se la situazione non mi piace oppure rimanere osservante e lasciare che le energie vibrino da sole verso qualcosa di osservabile e comprensibile e poi muovermi di conseguenza.

Riflessione n° 2 – Non siamo dei vincenti se abbiamo ottenuto qualche vittoria

Allo stesso modo, non diventiamo “superiori” perché ogni tanto veniamo applauditi. Se alla serata con gli amici avessimo fatto ridere tutti, questo non vuol dire che siamo i più grandi comici della storia e che d’ora in poi, ogni volta che faremo una battuta, se gli altri non ridono è colpa degli altri.

Pretendiamo di essere stimati, apprezzati dagli altri di conseguenza a qualche vittoria personale. Ma sotto questa pretesa si nasconde quasi sempre un bisogno più profondo: vogliamo essere amati, riconosciuti. Vogliamo che il mondo ci dia il valore che pensiamo di avere, che l’immagine che il mondo deve avere di noi corrisponda con quello che noi crediamo di noi stessi.

E dopo qualche vittoria, qualche riferimento lavorativo, o scolastico, o artistico, se gli altri non ci acclamano, iniziamo pure a tirarcela. Come se fossimo superiori, come se l’altro non sapesse “chi siamo” e di conseguenza lo snobbiamo, diventiamo prepotenti, arroganti, altezzosi, dei “so tutto io”.

E invece può succedere che agli altri stiamo antipatici proprio perché sembriamo montarci la testa. Ma forse perchè che ci invidiano! Proprio perchè siamo bravi in qualcosa, oppure invidiano la nostra sicurezza in quel campo o in altri, nonostante loro non la apprezzino o non la ritengano di valore. Oppure semplicemente non comprendano il valore della nostra vittoria, dei nostri successi, di quanti sforzi ci sono voluti. O forse non gliene frega assolutamente niente di noi a prescindere.

O forse perchè nel relazionarsi con l’altro occupandoci della nostra immagine ci siamo completamente dimenticati l’altro

In ogni caso, l’umiltà può davvero aiutarci a tornare all’essenza e al nostro percepito. Se non ci sentiamo accolti, possiamo sempre scegliere di andarcene e cercare persone che ci amino, o che ci stimino, o che ci apprezzino. Ma senza tutto questo risentimento: sì, c’è una ferita narcisistica da curare: eh vabbè! C’è di peggio dai! Intanto trova un posto nel mondo dove stai bene…!

Oppure possiamo toglierci la puzza sotto il naso e renderci amabili, ricordandoci che l’unico modo per essere amati non è sbandierare i successi o pretendere stima, ma contattare sinceramente l’altro oltre a quello che vogliamo nel profondo, alle sensazioni corporee nel contatto con l’altro e nel contatto con chi siamo dentro, nelle radici, nella terra.

così possiamo scegliere come comportarci di conseguenza

Non aggrapparsi a un’etichetta (“sono un vincente” o “sono un fallito”) e contattare la radice del “movimento primo”.

Possiamo di conseguenza scegliere se adattarci, se restare fedeli, se cambiare terreno dove piantare i nostri semi. Se accettare a prescindere i comportamenti degli altri, e decidere solo se accettarli da vicino o da un po’ più lontano, oppure andandocene proprio, piuttosto che manipolarli o offendersi se non siamo stati accettati, capiti, applauditi e, di conseguenza, amati come vorremmo proprio da quelle persone (che, senza scomodare Freud, ti avviso: sono una proiezione della tua famiglia…).

E infine ricordarsi che il mondo non si può controllare: possiamo solo influenzarlo con ciò che siamo, senza alcuna garanzia di risultato.

Umiltà è contattare il nucleo tralasciando il narcisismo

L’umiltà ha a che fare con un modo di toccarsi, di sentire, di accorgersi dove finiamo noi e dove inizia il resto del mondo.

Tralasciare l’immagine di sè, che si pensa essere il sè, per contattare il nostro vero sè.

L’umiltà permette di vedere le cose come stanno senza deformarle col nostro ego, senza egoriferirle, senza pensare che “tutto quello che accade è per me o di conseguenza a me“. L’umità bypassa il mio controllo sul mondo e tutte le sue variabili.

Questo si può fare ricordandoci da dove si viene (dalla terra…dalle stelle) cosa ci nutre (l’acqua, la luce, il cibo, chi ci ama, un buon libro o un bel film, un quadro, un panorama, una boccata di aria fresca) quali sono i propri limiti / confini (intellettivi, fisici, emotivi) e di conseguenza le proprie potenzialità, i propri desideri e le proprie curiosità…

umiltà è ricordarsi di essere piccoli

C’è una tendenza, più o meno consapevole, a crederci centrali: nella vita degli altri, nel mondo, nella storia. È comprensibile. Dopotutto, viviamo dentro la nostra pelle, pensiamo coi nostri pensieri, vediamo col nostro sguardo.

Ma la verità è che siamo piccoli. Siamo piccoli davanti al tempo, davanti all’immensità dell’universo. Davanti anche alla possibilità concreta che domani potremmo non svegliarci, o che tra un’ora ci caschi una tegola in testa.

Siamo noi a dare importanza alle cose. Di per sè contiamo a poco. Poco poco.

Ci incazziamo per un sacco di cose, pretendiamo, ci aspettiamo, ci gonfiamo. E poi… il giorno dopo arriva lo stesso. Che ci si incazzi o meno. Che abbiamo avuto ragione o torto. Che il messaggio sia arrivato o sia rimasto in bozza. Il giorno dopo arriva. E magari nemmeno ci siamo più.

Ricordarci la sproporzione tra il rumore che facciamo dentro e il silenzio del mondo fuori ci può aiutare ad abbassare l’orgoglio, a smettere di dare al mondo un senso tutto nostro, a smettere di credere che si possa davvero controllare tutte le infinite variabili e a cercare il buono per sè stessi nel presente.

Ciao, sono Niccolò Di Paolo e sono uno psicologo Gestalt

Grazie che sei arrivato fino a qui.

Leggere fino in fondo non è scontato. Farlo su un tema come l’umiltà, così frainteso, evitato, ignorato, scambiato spesso per modestia, bassa autostima, timidezza — è un piccolo gesto di disponibilità. Forse di curiosità. O forse anche solo un momento di contatto con qualcosa che ti ha parlato.

In ogni caso, grazie. Se questo articolo ti ha smosso qualcosa, contattami!

E grazie a te, che sai di aver spronato questa mia riflessione sin dall’inizio. Sai di essere il feedback di cui parlo, il punto di vista che mi ha fatto fare questo processo che, attraverso questo articolo, ho deciso di sintetizzare e divulgare.

Scrivere, per me, è un modo per mettere ordine, per lasciare tracce, ma anche per condividere ciò che, nel lavoro con le persone, spesso resta implicito. E se tutto questo ha avuto un senso, è anche perché qualcuno — tu — mi ha toccato abbastanza da portarmi a chiedermi: “che cos’è davvero l’umiltà, oggi?”

Ecco, questo è il frutto. Uno tra i tanti. Ma che ha, oggi, il sapore di qualcosa che valeva la pena coltivare.

In fondo in fondo, essere umili è rendersi conto di essere piccoli, no? 🙂

Bonus: guarda questo spezzone da Il Conte Tacchia

Se ti va, guarda questo breve video tratto dal film Il Conte Tacchia.

La scena vede il principe Torquato Terenzi, interpretato dal grandissimo Vittorio Gassman, rivolgersi a Francesco Puricelli, detto “Conte Tacchia”, interpretato da Enrico Montesano.

È uno scambio che — più di mille spiegazioni — incarna il senso più disarmante e onesto dell’umiltà: ridimensionare il mito, smascherare le illusioni di superiorità, e ricordarsi che anche il più grande, in fondo, è uno “stronzo come ll’altri“

“A ricòrdate sempre…che er nonno der nonno der nonno der nonno der nonno de quarsiasi nonno nobbile, prima de’ esse nominato nobbile… era solo ‘no stronzo come ll’artri.” (principe Torquato Terenzi – interpretato dal grandissimo Vittorio Gassman)

Niccolò Di Paolo, psicologo

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