Cosa ti fa alzare dal letto la mattina? Non per dovere, ma per senso. Per desiderio. In un tempo che ci chiede performance e risultati, il metodo ikigai ci riporta alla ricerca del nostro equilibrio tra ciò che ci appassiona, ciò in cui siamo bravi, ciò di cui il mondo ha bisogno e ciò per cui possiamo essere retribuiti.

In questo articolo, esploreremo come questo concetto giapponese possa diventare uno strumento concreto per orientarci — dentro e fuori dal lavoro.

metodo ikigai: tra storia e attualità

Ikigai 生き甲斐 (iki: vita, esistenza; gai: ragione, valore) è un termine giapponese che può essere tradotto letteralmente come scopo, ragione di vita, oppure come ciò che ci spinge ad alzarci la mattina e andare avanti. Secondo l’antica tradizione giapponese, è la capacità di saper trovare un equilibrio nelle personali attività quotidiane, trovando il tempo e lo spazio per un percorso di autoriflessione e consapevolezza. 
La sua finalità ultima è, quindi, la realizzazione personale.

La psicologa giapponese Michiko Kumano nel 2017 ha affermato che “l’ikigai è uno stato di benessere che nasce dalla devozione alle attività di cui si gode, che porta anche un senso di appagamento”.

Alcuni studiosi individuano le origini dell’ikigai nell’evoluzione dei principi di base della medicina tradizionale giapponese, secondo la quale il benessere fisico è influenzato dalla salute della mente e delle emozioni. L’origine del termine risalirebbe al periodo Heian vissuto dal Giappone dal VIII al XII secolo, durante il quale era usato per descrivere la felicità e il benessere che si prova quando si conduce una vita gratificante e piena di significato. Ad esempio, tuttora, in Giappone si parla di ikigai anche per indicare il fatto che vedere crescere i propri figli renda la vita degna di essere vissuta.

Le origini dell’Ikigai

Le sue origini, dunque, affondano le radici nel passato (come confermato, tra gli altri, dal neuroscienziato Ken Mogi, autore di “Awakening Your ikigai”, 2018), quando le relazioni umane e quelle tra l’uomo e le sue attività erano vissute con maggiore soddisfazione e consapevolezza. Successivamente, tale concetto si è evoluto gradualmente nella cultura giapponese, associandosi al compimento del proprio dovere sociale, alla dedizione nel lavoro e nell’arte, alla cura delle relazioni interpersonali. Nel tempo, il concetto si è ampliato ulteriormente, includendo aspetti più individuali (come interessi e passioni) e valori provenienti di altre religioni e culture.

L’ikigai è diventato particolarmente popolare negli ultimi anni grazie, in particolare, al libro “Ikigai: The Japanese Secret to a Long and Happy Life” di Héctor García e Francesc Miralles, pubblicato nel 2016. Gli autori hanno studiato le abitudini di vita degli abitanti di Okinawa, un’isola giapponese famosa per la straordinaria longevità della sua popolazione. L’equipe ha scoperto che i centenari che vi risiedono presentano tutti un ikigai chiaramente definito, che li mantiene attivi, coinvolti e felici fino a un’età avanzata (grazie anche ad altre caratteristiche quali alimentazione, gruppo sociale, habitat naturale, ecc.).

L’ikigai appare anche correlato al concetto di flusso (flow) descritto nel lavoro dello psicologo ungherese-americano Mihaly Csikszentmihalyi. Per Csikszentmihalyi, il flusso si verifica quando si è al proprio meglio, come si dice degli atleti ad alte prestazioni o degli artisti nella fase produttiva. “Questi momenti si verificano solitamente quando il corpo o la mente di una persona sono tesi al limite, in uno sforzo volontario per realizzare qualcosa di difficile e utile” (Csikszentmihalyi, 1990), ovvero quando si perde il senso del tempo e si è costanti in qualcosa che si ama e in cui si è bravi, con il possibile vantaggio aggiunto di portare valore agli altri.

Il metodo ikigai

Più che una semplice filosofia medica, come abbiamo visto, l’ikigai è un vero e proprio stile di vita che guida gli individui nel viaggio verso la propria ragione di essere. A questo punto, vi starete chiedendo come riesce in questo suo obiettivo. Per capirlo, dobbiamo prima immaginarlo visivamente.

Personalmente, mi piace pensare al modello classico come ad un fiore, composto da quattro petali e un pistillo centrale. Questa è l’immagine che utilizzo anche durante gli incontri di orientamento con i miei utenti.

Le prime due aree sono legate alla sfera personale, rivolte all’interno della persona: Quello che mi piace fare e che mi fa sentire realizzato; Quello che so fare, ovvero le abilità che possiedo;

Le altre due sono legate alla sfera professionale/sociale, rivolete verso l’esterno: Cosa cerca il mondo del lavoro in termini di capacità e competenze (nella versione più spirituale il mondo del lavoro è da sostituire con l’intera umanità, oppure con il più ristretto mondo sociale che mi circonda); Per quali attività o competenze potrebbero pagarmi.

Le quattro aree del Metodo Ikigai sono da intendere tra loro distinte.

Ad esempio, nella seconda si deve inserire tutto quello in cui si è bravi, indipendentemente dal fatto che piaccia (sfera 1), sia ricercata dal mondo del lavoro (sfera 3) o possa essere retribuita (sfera 4).

L’ikigai si trova al centro di questi quattro petali, a farne da pistillo, e rappresenta l’equilibrio tra di essi.   

Volendo entrare ancora di più nel dettaglio e andando, quindi, a complicare il modello, all’incrocio tra ciò che si ama e ciò in cui si è bravi ci sono le proprie passioni, mentre in quello tra ciò che si ama e ciò di cui il mondo ha bisogno c’è la propria missione; all’incrocio tra ciò di cui il mondo ha bisogno e ciò per cui si può essere pagati c’è la propria vocazione e all’incrocio tra ciò in cui si è bravi e ciò per cui si può essere pagati c’è la propria professione. 

Il metodo ikigai è, per chiarirlo ulteriormente, l’insieme equilibrato e centrale di tutte queste sotto sfere.

Il percorso di compilazione del metodo Ikigai e il suo risultato

Partiamo dal presupposto che il percorso di compilazione dell’ikigai è personale e volontario e non va, quindi, affrontato come un compito. La sua compilazione, inoltre, sebbene sia faticosa, non ha una tempistica precisa: ognuno deve impiegare il tempo che gli occorre, senza spazientirsi o sentirsi sotto sforzo.

La ricchezza dello strumento sta proprio nel trovare dei momenti (molto rari nella frenetica quotidianità) utili a prendersi del tempo per conversare con sé stessi con calma e trasparenza.
Il percorso non è facile e non è da sottovalutare, nonostante l’estetica giocosa dello strumento.
Per questo motivo, la presenza di un orientatore professionista può essere un grande supporto.

Una volta terminato, si avrà un’immagine più chiara dell’attuale situazione personale, che possiamo definire una fotografia, in quanto riporta il qui e ora.

Per ciascuno di noi, i confini tracciati tra le varie aree sono in continuo movimento nel tempo e, quindi, non saranno le stesse in futuro.

È interessante svolgere nuovamente l’esercizio dopo un periodo di tempo medio-lungo, per andare a confrontare i due “disegni” emersi e riflettere su come siano cambiati.

Il percorso, proprio perché complesso, può essere supportato dagli altri e dal confronto. Ad esempio, molto spesso, per rispondere alla domanda:

“in cosa sono brava? in cosa sono bravo?”

Abbiamo bisogno di chi ci conosce bene per avere risposte più chiare. Questo perché diamo per scontate alcune nostre competenze, oppure perché ci sottostimiamo o, ancora, perché abbiamo paura di peccare di presunzione nel dichiarare che siamo abili in qualcosa.

Il metodo ikigai nel mondo dell’orientamento professionale

In ambito professionale, agli scopi già precedentemente descritti dell’ikigai, si aggiungono quelli legati all’orientamento verso l’occupazione ideale che, nella versione occidentalizzata del modello, si trova al centro delle quattro aree.

La fotografia che l’ikigai ci restituisce viene vista come strumento utile a facilitare la ricerca del percorso adatto alla propria crescita personale e professionale.

Attenzione, però, ad interpretare correttamente questa rappresentazione.

Affrontare il modello ikigai non significa necessariamente attuare cambiamenti drastici o prendere decisioni radicali. Alle volte, può portare anche solo a piccole modifiche utili ad un personale riallineamento con il proprio obiettivo o con la propria serenità.

La funzione ultima che deve avere è quella di supporto nell’affrontare la nostra realtà in modo più consapevole, diventando protagonisti della nostra vita e ascoltando personali esigenze e sogni.
Per questo motivo, molto spesso, l’ikigai viene paragonato ad una bussola, la quale ci guida nella riflessione su come le nostre abilità e le nostre passioni possano essere utili, anche al di fuori di noi.

Oltre alle tempistiche di compilazione, bisogna considerare le tempistiche, diverse per ciascuno, per l’interiorizzazione delle informazioni emerse e raccolte dall’ikigai.

Difatti, ciò che viene compreso ed accettato a seguito dello svolgimento dello strumento, è a lungo termine. Non si tratta, quindi, di una meta da raggiungere, bensì di un viaggio continuo verso l’autorealizzazione lavorativa e la consapevolezza del proprio ruolo, che deve essere soddisfacente ed appagante, in linea con le personali passioni e con ciò che possiamo dare agli altri.

Molti saranno i concetti messi in discussione durante questo tragitto.

Uno dei più diffusi è quello di successo. Questo perché, ad un certo punto, ci si troverà davanti alle seguenti domande:

“Cosa rende veramente significativa la nostra esistenza?”

“Che cosa ci rende appagati?”

“Siamo felici dove siamo?”

Saranno queste le domande chiave che, se affrontate con pazienza, determinazione e curiosità, ci daranno la possibilità di reinventarci o, comunque, avvicinarci maggiormente ai nostri desideri. Non vi mentirò, serve anche tanto coraggio, oltre al sostegno di chi per noi è importante.

Un grande sostegno ci arriva dal filoso Joseph Campbell (1904-1987), il quale ha lasciato profonde riflessioni, tra le quali:

“La vita è senza significato. Sei tu a dargliene uno. Il significato della vita è qualunque cosa tu ritenga che sia. Essere vivo è il significato.”

“Quando insegui la tua felicità, si aprono porte che non pensavi di trovare.”

“Dobbiamo essere disposti a lasciar andare la vita che abbiamo pianificato, in modo da vivere la vita che ci sta aspettando”.

“Il privilegio di una vita è essere chi tu sei.”

Per concludere, scoprire il proprio ikigai può portare a diversi benefici, sia a livello personale che professionale. Permette di chiarire le proprie priorità, di prendere decisioni in linea con i propri valori, di stare bene con noi stessi e gli altri, coltivando la personale autorealizzazione. Può favorire la creatività e la performance, spingendoci a dare il meglio di noi stessi in attività conosciute oppure, perché no, nuove e da sperimentare.

Alcuni libri consigliati per chi vuole approfondire l’argomento: “Ikigai: The Japanese Secret to a Long and Happy Life” di Héctor García e Francesc Miralles; “Ikigai and Other Japanese Words to Live By” di Mari Fujimoto; “The Little Book of Ikigai: Live a happy and long life the japanese way” di Ken Mogi.

Hai mai provato a disegnare il tuo ikigai?

Potrebbe sorprenderti. Non serve cambiar vita domani, basta iniziare a domandarsi cosa ti nutre davvero e cosa ti svuota. Se vuoi continuare a esplorare il mondo del lavoro con uno sguardo più umano e riflessivo, continua a seguirmi su Divulgatori Seriali di Conoscenza. In questa rubrica troverai strumenti, storie e domande utili per ritrovare il tuo posto — e il tuo senso.

Accompagnare le persone tra lavoro, scelte e potenziale

Sono Alice Casarini, psicologa non ancora iscritta all’albo, con un percorso formativo e professionale dedicato all’orientamento lavorativo, all’assessment e alla valorizzazione delle competenze.
Scrivere per Divulgatori Seriali di Conoscenza è per me un modo per condividere strumenti di riflessione utili a chi si trova in fasi di passaggio, incertezza o cambiamento.

Nel mio articolo sull’apprendistato, provo a chiarire una delle fasi più delicate per chi si affaccia al mondo del lavoro: quando e come può trasformarsi in stabilità contrattuale. Parlo di norme, diritti, ma anche di aspettative e consapevolezze necessarie per affrontare questa fase con maggiore lucidità.

In un altro contributo, esploro il tema dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA), spesso mal compresi e sottovalutati. Credo che riconoscere e valorizzare il potenziale dietro le difficoltà sia un passo fondamentale per costruire ambienti educativi e professionali più equi e inclusivi.

Se questi temi ti interessano, ti invito a seguire i miei articoli: scrivo per chi ha voglia di orientarsi — nel lavoro, nello studio e, in fondo, anche in sé.

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