Vita frenetica, senza tempo di fermarsi. Vita consumistica che ci inghiotte.
L’età della tecnica, caratterizzata da una forma “liquida” o “frammentata“, è sempre più improntata al dover avere. Dovere, oggi più che mai, fine a sè stesso. L’autoeducazione è fondamentale In questa corsa contro il tempo, ormai inafferrabile, la frenesia del fare occupa la quotidianità.

In questo articolo, in cui si argomenta l’epoca delle passioni tristi e tramontate, si cercherà di comprendere la causa di questa fretta di dover-essere e dover-fare.
Ancora una volta la pedagogia tenterà di dare una risposta possibile.
vite sopraffatte SENZA AUTOEDUCAZIONE
Bauman parlava di “società liquida”. Roncaglia la definiva “età della frammentazione. Oggi la chiamano “età della tecnica“. Qualunque sia l’etichetta scelta, quella di oggi è un’epoca in cui la definizione e la percezione di tempo e di spazio sono continuamente ridefinite. Essa è liquida, appunto, per i legami. Legami distanti e non-relazionali.
L’assurdità del digitale sta proprio in questo. Esso ha scardinato il concetto di tempo e di spazio. Infatti non ci sono più limiti spaziali o temporali per contattare una persona. Anzi, lo si può fare semplicemente con un click.
E la stessa della risposta della persona ha subito una mutazione. Pensiamo agli audio inviati sui social e alla facilità con cui si possano velocizzare nella riproduzione vocale. Ma anche stoppare, cancellare e modificare.
Il concetto di stabilità è continuamente messo in discussione. A partire dalla quotidianità delle azioni, infatti, è ben poco presente. Gli audio, come le foto, gli utenti presenti su una piattaforma, sono solo alcuni dei tanti elementi in cui è possibile modificare. Ma anche creare digitalmente.
Nel marasma delle conversazioni fluide l’uomo assume il caos come cardine della quotidianità.

epoca frammentata
Frammentazione delle azioni, dei dialoghi, per l’appunto. Ma anche dei pensieri: non riusciamo più a pensare razionalmente, a ragionare, ad ideare. Le idee scorrono senza logica.
Esattamente come scorriamo i display. Passivi e immobili. Assuefatti da colori vivaci. Pare che non siamo più abituati a pensare o riflettere. La scarsa capacità di attenzione è conseguenza diretta delle abitudini digitali.
Passioni frammentate. Determinate da relazioni e un’epoca inafferrabile. Mancano i valori, manca la voglia di coltivare di nuovo una passione e prendersene cura. La corsa consumistica invade ormai tutti. L’essere è totalmente fuso con l’avere.

Sei ciò che hai. AUTOEDUCAZIONE
Hai un social? Hai un vestiario in linea con la moda appena uscita?
Sei degno di attenzione. Attenzione che, a sua volta, è troppo presa dalla frenesia del nulla. E ci si mischia così, ancora una volta, tra gli uno, nessuno, centomila.
In caso contrario, beh, rimane ben poco. I social e i media sono ormai il solo strumento per tentare l’emersione dalla marea. Un modo per farsi notare. E’ così che l’uno per cui varrebbe soffermarsi diviene un nessuno in ogni caso.
E’ così che si nasce e si respira, fin dai primi giorni di vita, la corsa all’idiozia. Vince chi arriva, senza mai arrivare. Vince chi si mischia tra la folla. E così sia: che si corra, presi dal panico di doversi accaparrare averi per poter essere.

UNA CORSA CONTRO IL TEMPO: AVERE PER ESSERE
Non ha più senso darsi da fare, sforzandosi, per urlare in mezzo a un miliardo di altre voci che sovrastano la propria. Non ha più senso cercare passioni. Ormai si è ciò che si ha. Si hanno follows, views, soldi, oggetti. Le passioni non sono palpabili.
Le passioni sono per il cuore e per la mente. Sono per chi si sa fermare e ha tempo di concedersi un po’ di vita.

SENZA AUTOEDUCAZIONE NON SI HA PIU’ TEMPO PER LE PROPRIE PASSIONI
Ne sono un chiaro esempio i reels che guardiamo passivamente.
“vuoi imparare a suonare il pianoforte? basteranno cinque minuti al giorno!”
Oppure ancora: ricette super veloci, per pasti super veloci. Si è persa addirittura la sacrosanta beatitudine del pasto consumato in famiglia. Che, ricordiamo, a volte è il solo momento conviviale presente in essa.
“vuoi dimagrire? prova questa dieta: risultati garantiti in dieci giorni”
Oppure ancora:
“Vuoi diventare un esperto psicologo? iscriviti al nostro corso, in dieci mesi sarai qualificato!”
Tutti esempi che rendono l’idea della tendenza a dare alito a queste proposte e dell’egoismo disumano che regna il consumismo moderno. Insomma: è chiaro che se non ci fossero tante persone a cliccare su determinati link pubblicitari, questi non sarebbero così predominanti della scena.

perchè siamo tanto di fretta SENZA AUTOEDUUCAZIONE?
C’è, forse, meno tempo libero?
Osservando l’andamento lavorativo appare chiaro che, nella maggior parte dei casi, l’orario lavorativo tipo sia rimasto invariato. E’ nel 1923, col Regio Decreto 692, che viene fissato il tetto massimo di quaranta o quarantotto ore lavorative settimanali. Sono forse aumentati gli impegni?
Dal canto del sesso femminile, sì.
Mentre fino agli anni Sessanta alle donne non era consentito l’accesso all’impiego lavorativo, ora sono ben presenti. Per fortuna, in questo ambito, i “nuovi mammi” hanno preso posto. I papà suppliscono, il più delle volte, le mancanze di tempo delle madri lavoratrici.
E per i non genitori? Cambia forse qualcosa?

sopraffazione individualistica
Hobbes parlava di Homo homini lupus. E’ così che definiva l’uomo: un uomo in mezzo ai lupi. Un essere animale che deve predominare in modo assoluto. Nel fare ciò si dimentica del suo essere, per natura, buono, come sosteneva Rosseau. Ma anche il suo essere sociale, concordando con la definizione umanistica.
Hobbes ribatte: l’uomo vuole governare. E lo vuole fare anche a costo di mettere in discussione la socialità che da sempre lo ha caratterizzato.

ormai non esiste il bene comune
Oggigiorno la fratellanza e la sorellanza sono concetti molto lontani. Non si ama, si usa. Si usa e si getta. Si usa e si dimentica. Si rompe e si ricompra. Consumisti di oggetti e di persone. Assenti di passioni.
Insomma, ma non erano proprio le scienze umane a dipingere l’uomo come animale sociale buono di natura? Ebbene. Ma le stesse riconoscono una cosa: il sopruso della tecnica.
Tanto che, ad oggi, possiamo definire questi tempi come Età della Tecnica. In cui la tecnica è però finalizzata al solo scopo del lucro e dell’apparire. Tecnica non consolidata. Tecnica frammentata. Si utilizzano meccanismi complessi, ma se ne comprende una millesima parte.
Ci accontentiamo del nulla e coltiviamo il nulla.

homo social CON AUTOEDUCAZIONE
L’uomo è diventato più social che sociale. La battaglia di oggi è tanto tornare alle relazioni concrete quanto di tornare a essere umani. L’uomo sociale è colui che, attraverso l’altro, forma sè stesso. Al contrario, preso dalla fretta, oggi, l’uomo si isola. E lo fa sempre di più.
Il tutto per cosa? Semplice: per raggiungere i propri obiettivi. Isolamento, narcisismo social. La corsa contro il tempo per tentare di afferrarlo. Il tentativo di darne un senso traendo valori dai non-valori presenti.
La difficoltà di tirare su la testa e dire la propria. La facilità, al contrario, di omologarsi.

perchè ci sentiamo continuamente sopraffatti?
Perchè, all’invariare della durata delle giornate e, in particolare, delle giornate lavorative, non troviamo più tempo? Tempo per prenderci cura di noi, tempo per prenderci cura dell’altro.
Per entrare in contatto col mondo e rendersi conto, finchè si può, della direzione in cui sta andando. La fretta la respiriamo fin da piccoli: un esempio chiaro è il dover svolgere tante mansioni che tengano occupato il bambino.
Ma anche, in età più adulta, il non aver tempo per comunicare vis-a-vis con un amico. Al contrario, si preferisce utilizzare minuti preziosi per inviare audio. O ancora: per pubblicare una storia.

La fretta è data dall’ignoranza
Si ignora l’effetto consumistico dei bisogni creati per arricchire uno a discapito dell’altro.
Bisogni futili. Bisogni che incremementano l’ingranaggio del dover-avere per dover-essere.
Bisogni di cose, non di essere. Ma perchè si ignora tutti ciò? Perchè non si ha tempo di pensare e reagire. Perchè l’obiettivo è affermarsi in quanto lupo. L’istinto di sopravvivenza porta all’individualismo e all’egoismo.

l’educazione come chiave di svolta PER L’AUTOEDUCAZIONE
Il primo passo è prendere realmente consapevolezza del contesto decadente.
Il secondo, a seguire, è convincersi di voler cambiare. Forza e grinta sono gli ingredienti necessari. La passione e l’amore per il prossimo vengono da sè. Esse sono in realtà ancora celate in ognuno di noi. Basta risvegliarle dal processo simile all’ibernazione che hanno subito.
Gli adulti in primis dovrebbero prendere coscienza della loro necessaria voce. Solo con un’educazione efficace, infatti, è possibile cambiare i valori e la cultura. Sono essi infatti che plasmano gli atteggiamenti verso l’altro-da-sè.

ritorno all’educazione ecologica
Beateson insegnò come le idee che non hanno fondamento muoiano. Quelle fondate, interconnesse dunque con il sistema, si intrecciano in una rete universale. Così fondano un ecosistema o, in termini orientali, in un mandala.
E’ così che la mente ecologica diverrebbe pienamente consapevole del mondo circostante. Essa sarebbe connessa ad esso e plasmata dallo stesso. L’ecologia mentale si formerebbe e si trasformerebbe di continuo. Essa sarebbe piena di concetti interrelati, arricchiti nel tempo tramite l’esperienza.
L’uomo diverrebbe Uomo per il fatto di essere consapevole della sua appartenenza. E non solo: anche della condizione. Saprebbe, così, rispondere ed agire in modi maggiormente degni di nota. Il concetto di ecologia della mente Beatesoniano vuole essere un invito a coltivare un sapere che vada oltre alla tecnica-fine-a-sè-stessa.
Solo così le idee non morirebbero, perchè sarebbero sorrette da un senso.
Al contrario, come si può ben osservare oggi, le idee senza fondamento sono simili a meteore. Create per apparire e per poi morire subito e miseramente.

ritorno all’educazionE umana
L’educazione moderna deve tornare ad essere educazione per l’altro e educazione per sè.
Per fare ciò essa deve riconoscere il proprio sè e l’altro-da-sè. Deve tornare ad essere umanamente concepita. Ovvero: con un senso, con una logica e una direzione.
Il consumismo delle passioni tristi non può e non deve essere onnipresente. La tecnica deve tornare ad essere uno strumento di cui l’uomo ha consapevolezza.
Solo così si tornerà ad essere un Homo ex machina, e non il contrario. Solo così l’uomo tornerà a ragionare, a relazionarsi e a riprendere le sembianze di uomo quale è.

Cosa intendiamo con “autoeducazione”?
Ancora una volta è la pedagogia a proporre una soluzione. Non è un caso che, alla base del rapporto con il sè e l’altro-da-sè ci sia proprio lei. L’educazione.
Rispetto al rapporto con l’altro-da-sè si posseggono nozioni, bene o male. Rispetto all’educazione del sè, invece? In cosa consiste quella che possiamo chiamare autoeducazione? L’autoeducazione è la capacità di conoscersi in modo da addomesticare la propria indole. Riprende, così, l’esortazione Socratica
Ma cosa significa? Significa dialogare ed esaminare l’interiorità. L’obiettivo? Raggiungere la virtù e il benessere reale. Traducendo e riportando al discorso presentato in questo articolo, come si fa?

ti senti sopraffatto? fermati. è semplice. AUTOEDUCAZIONE.
Pare impossibile smettere di guardare lo schermo mentre si passeggia. Pare ancora più assurdo non farsi trascinare dal consumismo che ci sta mangiando. Risulta, al contrario, più degno accomodarsi. E se invece ci fermassimo? Se, invece che camminare guardando uno schermo, ci godessimo il panorama? Se ricominciassimo di nuovo a leggere e coltivare un pensiero critico? Se smettessimo di tempestare il cervello di nozioni inutili?
Oramai viviamo in una realtà in cui pare che le ventiquattro ore giornaliere non bastino più. Eppure, con le tecnologie, dovremmo avere più tempo. La realtà è che il tempo ci viene sottratto. La cosa sconvolgente è che non ci rendiamo conto da chi e da che cosa. Fermarsi. Respirare. Meditare.
Avere il tempo per conoscersi e capire cosa serve realmente al proprio io. Potrebbero essere primi passi per tornare in sè e riconoscersi. Solo così si coltiverebbe umanità e socialità.

buone pratiche di autoeducazione
Per dare un contegno ad un vizio ormai a priori bastano poche e semplici strategie.
Definire obiettivi e limiti personali potrebbe essere un buon inizio. Stabilire, cioè, orari o luoghi “senza social”.
Si possono creare zone “libere dai social“.
Pensiamo ai pasti: quante volte mangiamo mentre siamo intenti a navigare su internet? Distogliendo l’attenzione sull’azione del qui ed ora, oltre ad alimentare la relazione tossica col telefono, non ci rendiamo conto di quel che accade. Si perde, così, il gusto della vita, oltre che del cibo stesso.
Ancora: programmare pause regolari, disattivare notifiche non essenziali. Strategie, cioè, che limitano l’accesso ai social media.
Un’altra alternativa è creare alternative ai social.
Rinforzare positivamente il cervello gratificandolo con altre attività. Siano esse il canto, la lettura o la meditazione. Si tratta, in ogni caso appena esemplificato, di attività che nutrono le sinapsi, al contrario di quel che fa l’uso dello smartphone.

Autoeducazione a portata di click
A questo punto verrebbe da chiedersi: e dunque, quali strategie attuabili per evitare il fardello della sopraffazione?
Tra le applicazioni da cui è possibile trarre vantaggio ci sono Offtime, AppDetox, Moment.
Tutte e tre consentono di bloccare notifiche e applicazioni per periodi di tempo specifici. E ancora, di limitare l’accesso a determinate app. Non solo: saranno loro stesse, una volta definiti i criteri, ad avvisare l’utente quando questi non vengono rispettati.
Fungono, così, da “buona coscienza” o, per dirla alla Freud, da “io“. Ovvero da campanello di allarme quando “il troppo stroppia“.
Tra gli altri, Freedom è anch’esso un ottimo modo per bloccare siti web e applicazioni che distraggono su dispositivi multipli. Consente, inoltre, di programmare sessioni di blocco.
Anche la possibilità di cambiare la modalità di uso del telefono agisce similmente. Impostando la modalità lavoro, infatti, si può bloccare la recezione di notifiche.

One sec: l’applicazione che alimenta l’autoeducazione
Se quelli prima elencati brevemente sono modalità di contenimento di un vizio difficilmente estirpabile, ci sono applicazioni che aiutano l’utente più concretamente.
One Sec, ad esempio, agisce creando attrito nel momento in cui viene aperta una applicazione. Lo fa ricorrendo a strumenti di automazione shortcut dello smartphone utilizzato. L’imposizione di un blocco digitale ne è un esempio chiaro.
Quello che accade è che il fruitore in oggetto sarà costretto a prendere un respiro. Basta un secondo di presa di coscienza per chiedersi: è davvero ciò che voglio?
E’ così che abitudini routinarie, come aprire un social nei tempi noiosi, diventano occasioni di consapevolezza. Insomma: è sempre necessario riempirli con uno schermo?

Gestire il senso di sopraffazione
Nonostante ci siano oppositori, è nota la positività della pratica di mindfulness.
Headspace o Calm offrono meditazioni guidare per sviluppare consapevolezza e rilassarsi.
Per poter gestire il senso di sopraffazione è chiaro che bisogna ritagliarsi dei tempi per sè. Pensare a sè e percepire realmente ciò che sta accadendo.
Anche la scelta di attuare digital detox periodici potrebbe essere una buona strategia per resettare la mente.
Nell’ambito dell’utilizzo dei social, invece, cosa fare?
Sicuramente la cura degli account seguiti è un primo passo. Usare, quindi, le funzionalità di silenziamento o blocco di contenuti che ci recano danno. Danno emotivo, prima di tutto.
Qual è l’obiettivo finale?
Certamente non l’eliminazione definitiva dei social media, nè tanto meno degli smartphone. Oggigiorno l’epoca in cui siamo immersi è zeppa di tecnologia. Ed è giusto così.
Ciò che conta è il ricorso e l’utilizzo degli stessi in modo consapevole.
In una modalità, quindi, attiva e non passiva. E’ bene essere fruitori consci degli strumenti in possesso, delle utilità e dei lati positivi. Ma è altrettanto fondamentale conoscere anche i lati negativi legati al mal utilizzo.
Tra questi, il fatto che, proprio perchè alimentano il circuito della felicità a livello cerebrale, i media ci attraggono. E sempre più tendiamo a svalutarci e sostituirci con algoritmi.
Bisogna, al contrario, attuare i ragionamenti.
Sforzarsi e sbagliare, certo, in quanto umani e non in quanto robot.

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