Tutti partiamo con una mappa, volenti o nolenti.

Alcuni se la disegnano, ad altri è stata consegnata già tracciata. Alcuni la seguono senza mai metterla in discussione. Altri, un giorno, si ritrovano in mare aperto, senza sapere dove sono né dove stanno andando.

Altri ancora non l’hanno mai seguita, o quantomeno credono di non seguirne neanche una, perchè il loro obiettivo è andare alla ricerca di nuove terre, e non hanno bisogno di seguire alcune regole, si faranno guidare dai venti e dall’intuizione senza che nessuno gli dica dove devono andare (neanche loro stessi).

E tu? Dove sei adesso?

Qualsiasi sia la difficoltà che ti avvicina a volerti relazionare con uno psicologo o una psicologa, in Gestalt il “da dove vieni” e il “dove vuoi andare” si incontrano nel presente. Qualsiasi evento viene affrontato nel famoso “qui ed ora”, e questo dà orientamento e praticità a ogni seduta.

Questo vuol dire “occuparsi di una questione alla volta”: si parte sempre dal quotidiano, o meglio, dal contatto con i bisogni e con le emozioni che non trovano un modo per esprimersi nel presente. Anche riguardo un evento passato, un lutto, un litigio, un ricordo remoto: in Gestalt, l’effetto che conta è quello presente e sull’effetto presente si può concretamente “fare qualcosa”.

Tuttavia, è anche vero che ad un certo punto, dopo qualche seduta magari, verranno fuori aluni automatismi: difese, frustrazioni costanti, incapacità di cambiare un determinato comportamento, (come se quel comportamento facesse parte di noi, come se noi fossimo quel comportamento).

Certe dinamiche sembreranno ripetersi, oppure certe aspettative (su di sè e sui propri obiettivi) sembrano non soddisfarsi mai.

Ed è lì che, per chi lo desidera, inizia il percorso esistenziale

Non come ricerca di senso astratto, ma come tentativo concreto di portare attenzione a ciò che normalmente sfugge, a ciò che accade mentre si agisce, si sceglie, si evita, si rimane fermi.

Attraverso la metafora nautica, nelle prossime righe ti porrò alcune domande che possono sembrare astratte o retoriche. Il mio obiettivo è quello di permetterti, attraverso queste domande, di immaginare aspetti pratici e centrali: orientamento, direzione, contesto, relazioni, memoria, scelte. E in tutto questo, il presente. Dove siamo nella nostra storia cercando di mettere un po’ di distanza, cercando di osservare la propria vita leggermente da fuori.

Se ci accorgiamo dove siamo nella nostra storia — se portiamo nel presente il passato che ci ha formato e il futuro che desideriamo — allora possiamo farne davvero qualcosa di questa mappa: riparare la nostra nave, decidere se tracciare una nuova rotta, o più semplicemente provare a raggiungere nuove mete.

Vuoi provare? Porta attenzione a queste domande.

Lo psicologo gestalt e alcune domande sul percorso esistenziale

1) Stai seguendo una rotta?

Forse sì, forse no. Forse credi di averne una, ma non ricordi l’ultima volta che hai controllato se fosse ancora valida.

Chi tiene il timone della tua nave? Ti muovi verso un porto che hai scelto tu o stai ancora seguendo coordinate che qualcuno ti ha passato, credendo che fossero le migliori?

2) Hai chiara la tua mappa? Da quanto non la riguardi?

Forse l’hai disegnata tu, con pazienza e dedizione, magari una ventina di anni fa. Oppure l’hai ricevuta già pronta e l’hai seguita senza farti troppe domande. Magari, nel tempo, hai iniziato a modificarla: un porto cancellato, una nuova rotta segnata con una linea sottile. O forse l’hai lasciata lì, arrotolata in un angolo, e navighi a vista, fidandoti solo del vento e delle correnti.

Quali modelli hai utilizzato per disegnarla? Hai tracciato le tue rotte sulla base dell’esperienza?

In mare, una mappa può essere un’alleata preziosa, anche se ovviamente non conosce le correnti, non prevede le tempeste e non avvisa della presenza di scogli sommersi.

3) Quale è la tua stella polare?

Cosa segui quando le acque si fanno oscure e la costa scompare?

Ci sono viaggiatori che si orientano con il sole, altri che fissano le stelle, altri ancora che si affidano al proprio istinto, regolando le vele senza una meta chiara.

A volte non c’è scelta. A volte le carte nautiche non servono, perché il mare cambia più velocemente di quanto si possa prevedere. In quei momenti, navigare a vista è l’unica opzione possibile: osservi il cielo, studi le correnti, rispondi a ciò che accade attorno a te senza un piano preciso. Ha senso. Per un po’.

4) A che punto del viaggio sei?

Sei appena partito? Sei vicino o lontano dalla tua meta?

Oppure senti di essere alla fine del viaggio…quando eri un giovane marinaio, qualcuno ti ha mai raccontato cosa succede quando il viaggio finisce?

Ogni onda che hai attraversato ha avuto un inizio e una fine, ogni tramonto ha lasciato spazio alla notte, ogni vela si è riempita e poi svuotata di vento. E lo sai bene, perché hai già visto finire cose che sembravano eterne.

C’erano navi che viaggiavano accanto alla tua, e un giorno…puff! Sparite. Marinai e marinaie con cui hai diviso il pane, il timone, la paura della burrasca, e che ora sono solo ricordi sbiaditi sul legno della tua nave. Ci sono stati porti in cui pensavi di restare per sempre, ma il vento è cambiato, e sei ripartito.

5) La tua imbarcazione come sta? Te ne stai prendendo cura?

Puoi avere la bussola più precisa e la stella polare più luminosa, ma se la tua nave è danneggiata, il viaggio sarà difficile. Osserva il ponte:

il legno è solido o marcito dal sale? Le vele sono ancora integre o hanno strappi silenziosi che ne rallentano il movimento? Il timone risponde bene alle tue mani o c’è stato un colpo, un urto, che lo ha reso instabile?

O forse sei stato assaltato e ora stai ancora cercando di navigare con uno scafo incrinato?

6) Chi hai adesso come compagni di viaggio?

Nessun navigatore è davvero solo. Ci sono rotte che si intrecciano, navi che viaggiano affiancate per un tratto, scali in cui si incontrano marinai sconosciuti, con storie incise nel legno delle loro chiglie. Alcuni incontri sono brevi, una condivisione di storie sotto un cielo stellato prima di ripartire. Altri lasciano il segno.

C’è chi sale a bordo e chi ti invita sulla propria nave. Alcuni viaggi insieme sono leggeri, altri richiedono di dividere le provviste, di adattarsi al ritmo delle onde, di capire chi tiene il timone.

Ma non tutti i compagni sono marinai. Alcuni si rivelano zavorre, altri fanno più danni di una tempesta. Ci sono quelli che promettono nuove terre e poi si dileguano prima che il porto sia in vista. E ci sono quelli che, una volta scesi, ti fanno dubitare della solidità del ponte su cui cammini.

Adesso chi vuoi con te? E chi stai ancora trattenendo solo perché non sai come lasciarlo andare?

7) Hai perso qualcuno di importante lungo il viaggio?

Ti manca? Cosa ti manca davvero? La persona, il viaggio o la certezza di non essere solo?

Restare in quel porto ti sta proteggendo o ti sta tenendo fermo?

Cosa ti dà più sicurezza, la speranza che torni o il timore di scoprire che puoi farcela anche senza? E se quella nave tornasse, o se la sua scia fosse ancora visibile, la seguiresti per onorarlo/a o per paura di perderne il ricordo?

Si guarda all’orizzonte sperando di scorgere ancora l’altra vela, si raggiungono porti dove si è promesso di ritrovarsi. Ma l’altro non arriva, non vuole arrivare o non può più arrivare. Un giorno, almeno tu, dovrai scegliere se vuoi restare fermo in attesa o se riprendere il viaggio, da solo.

E lo so, anche se hai già ripresto il viaggio, mentre ti allontani, senti la distanza. È troppa. Troppa per vedersi. Troppa per non sentirne la mancanza. Forse questa mancanza sarà con te per sempre. Forse la porterai in ogni porto, in ogni notte di navigazione solitaria, sperando che forse, alla fine, è proprio navigando che darai un senso a tutto questo.

Forse un giorno, senza nemmeno accorgertene, vedrai di nuovo una vela familiare all’orizzonte.

O forse no.

Ma il mare continuerà a scorrere. E tu con lui.

E allora, che facciamo?

Allora che facciamo?

Ciao, sono Niccolò Di Paolo e sono uno psicologo a orientamento Gestalt. Queste metafore ti hanno aperto qualche immagine? Qualche spunto? Qualche frase ti è apparsa troppo retorica? Qualcuna invece profondamente attuale? È normale. Mica sono tutti temi da affrontare necessariamente.

Anzi, direi che uno solo di quei temi è più che sufficiente per fare un bel viaggio.

Ognuna di quelle domande serve a fare una cosa molto semplice ma spesso trascurata: prendere distanza. Come quando allontani l’inquadratura con lo zoom, e da vicino passi a vedere il paesaggio intero (tecnicamente, zoom out). Ti aiutano a uscire dal dettaglio, per osservare dove ti trovi davvero nella tua vita, adesso.

Ma poi nel concreto non si parte mai dal tutto. Si parte da un punto. Da una domanda che ritorna, da un disagio che si fa sentire, da una relazione che non sai più come vivere. Oppure da qualcosa che ti ha stancato, o che semplicemente non funziona più.

E no, in seduta non si cercano risposte universali

Io certamente non le ho. Ci facciamo domande e si cercano delle risposte: le tue.

In seduta, tutte queste metafore diventano concrete. Il mare diventa la tua vita quotidiana, le rotte sono le tue scelte, la bussola è un termometro dei tuoi bisogni. E io sono lì con te, come compagno di viaggio, a osservare insieme quello che succede quando ti fermi a guardare la tua mappa e a portare l’attenzione su certi processi che, normalmente, ti sfuggono per mille motivi che non sono in alcun modo rilevanti.

È lì che inizia il percorso esistenziale in Gestalt. E allora, se ti va, possiamo partire da lì.

Quando dico che si lavora nel presente, significa:

Nel presente, nel qui ed ora, il passato e il futuro sono, appunto, già presenti.

Comprendere dove si è nel tempo sia rispetto alla propria storia personale sia che nello spazio fisico personale che in relazione con gli altri, è l’ostacolo più grande per chi vive come noi in una società così veloce e così piena di stimoli. Stare un’ora alla settimana su di sè può essere davvero impegnativo, può sembrare difficilissimo.

Eh sì, ovviamente possiamo dirci:

“ma io sto già con me stesso un sacco di tempo, non ho bisogno di stare ancora più tempo in contatto con me stesso”.

Vero! Allora sapresti rispondere così tranquillamente a tutte quelle domande?

Se la risposta è sì ti faccio i miei complimenti, sembri davvero in contatto con te stesso. Mi piacerebbe davvero conoscerti e farmi raccontare la tua storia.

Se la risposta è no, se vuoi, possiamo fissare gratuitamente un’ora di consulenza, online o in presenza, e vedere se ti può interessare un lavoro su te stessa o te stesso. Io sono qui.

Nel percorso esistenziale con uno psicologo Gestalt sei tu a decidere da dove partire e quando attraccare. Il timone resterà sempre saldo nelle tue mani. Il mio desiderio è quello di accompagnarti nel contatto con le parti della tua imbarcazione apparentemente di ostacolo e farle esprimere, aiutandoti a comprenderle e dare loro un senso. Questo ti permetterà non solo di prendertene cura, ma anche, se lo vorrai, di sperimentare nuove rotte. Tutto questo in un luogo protetto e scevro dalle dinamiche quotidiane: il colloquio terapeutico.

Grazie per il tempo speso leggendo questo articolo, spero ti abbia lasciato qualcosa.

Dottor Niccolò Di Paolo, Psicologo Gestalt

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